L’angolo di Michele Anselmi

Il primo film che arriva nelle sale per il Giorno della Memoria, domani martedì 27 gennaio, solo per tre giorni, distribuito da Movies Inspired, si chiama “La stanza di Mariana”, e porta la firma di un bravo regista francese di origini ebraiche, il 64enne Emmanuel Finkiel. Giovedì 29 usciranno “La scomparsa di Josef Mengele” di Kirill Serebrennikov e “Elena del ghetto” di Stefano Casertano, mentre torna brevemente al cinema anche “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer. Parere altamente personale e mi auguro di essere smentito: temo che quest’anno la meritoria ricorrenza della Shoah sarà sottotono o perlomeno controversa a causa degli atroci fatti accaduti a Gaza.
“La stanza di Mariana” è tratto dal romanzo “Fiori nelle tenebre” di Aharon Appelfeld (Guanda, 2013, 19 euro), nel quale l’autore riversò, tra le righe ma non troppo, qualcosa della sua terribile infanzia durante l’occupazione nazista e poi sovietica.
Siamo in quella che un tempo veniva detta Czernowitz, città ucraina a ridosso della Romania, nell’inverno del 1942. Un dodicenne ebreo, Hugo, esce puzzolente dalle fogne insieme alla madre, per sfuggire ai tedeschi che rastrellano, e viene consegnato all’amica Mariana, una prostituta di bordello, perché lo tenga nascosto in uno sgabuzzino della sua stanza, almeno finché non sarà allentata la “caccia al giudeo” favorita dai locali. Hugo viene dai una benestante famiglia di farmacisti, parla tedesco e ucraino, ma in pochi giorni diventa una specie di Anna Frank: “murato vivo” in quel ripostiglio, dal quale spia Mariana mentre intrattiene sessualmente clienti e soldati tedeschi.
Hugo sa ciò che rischia nel caso venga tradito, ma quella solitudine lo sta logorando: non legge, non studia, vive tra visioni e ricordi (specie i suoi genitori e una ragazzina che voleva baciarlo), osserva Mariana che beve per dimenticare la morte del suo fidanzato ebreo, avverte le prime pulsioni sessuali.
Naturalmente lo spettatore si chiede: quanto può durare una situazione del genere? Presto l’anziana maîtresse s’accorge di quella presenza che mette tutte le donne del bordello a rischio, per Hugo l’unica soluzione è scappare, anche perché nel frattempo Mariana è stata cacciata e chi l’ha sostituita, Nacha, è stata presto arrestata essendo ebrea. Ma un ragazzino non può vivere da solo per strada o nelle campagne, per lui ci sarà modo di rientrare nell’armadio a muro di Mariana in attesa che arrivino i sovietici “liberatori”, sempre che tali siano…
Pessimismo storico, miserie umane e inattesa pietà si mischiano in questo film di oltre due ore, praticamente girato tutto in interni o quasi: si esce solo due volte o tre da quella casa, che è allo stesso tempo prigione e salvezza, a suo modo un microcosmo rassicurante pur nella tensione che vi si respira a causa dello strisciante razzismo degli ucraini collaborazionisti. E intanto Hugo sta crescendo, anche fisicamente, servono nuovi abiti, il suo sguardo è cambiato, il suo timbro di voce pure, ormai è «un ometto» vezzeggiato dalle signorine, mentre Mariana vigila su di lui come può.
Bisognerebbe vederlo nella versione originale in due lingue, ucraino e tedesco, questo film doloroso ma non deprimente, che per certi versi è anche un avventuroso racconto di formazione, sia pure in un contesto speciale. «Gli ebrei o sono morti o si nascondono, torneranno dopo la fine della guerra» sentiamo dire, ma non è così, e sarà proprio Hugo ad accorgersene quando, con i russi in città che arrestano, fucilano e non paiono così tanto diversi dai nazisti scappati, prova a vedere che fine abbia fatto la sua bella casa d’infanzia, già sequestrata da una famiglia cattolica.
Certo “La stanza di Mariana” non è una passeggiata, ma Finkiel sta attento a mantenere lontano l’orrore nazista, se non in una sequenza che mostra una livida fosse comune; e incuriosisce la dinamica madre/figlio, a tratti sentimentale e fisica, vagamente incestuosa, che si stabilisce tra Mariana e Hugo, due anime perse, ormai erranti, sballottate di qua e di là dal mutare degli eventi bellici. Un fischio era il segnale tra i due, nel finalissimo lo sentiamo: ma sarà reale o immaginario?
Per incarnare Mariana l’attrice francese Mélanie Thierry (fu scoperta dal nostro Giuseppe Tornatore con “La leggenda del pianista sull’oceano”) ha frequentato un corso intensivo di ucraino in modo da padroneggiare la lingua in presa diretta, e purtroppo tutto questo lavoro sarà reso vano dal doppiaggio, mentre il piccolo Artem Kyrik, benché forse un po’ troppo paffutello, porta nel suo sguardo la consapevolezza dello sterminio in atto ai danni del suo popolo.
«I miei scritti sono germogliati dal substrato della mia infanzia» recita una scritta sui titoli di testa, riferita ad Aharon Appelfeld, appunto l’autore del romanzo: nato nel 1932 in una cittadina della Bucovina del nord (oggi in bilico tra Romania e Ucraina) e morto in Israele nel 2018.

Michele Anselmi