Giorgio Molteni scrive a Michele Anselmi

Caro Michele (non è una citazione cinematografica), le tue parole sul mio film “Aurelia”, oltre a riempirmi di gioia, hanno risvegliato in me ricordi curiosi, belli, struggenti e bizzarri che ruotano attorno alla nascita e alla vita di quel piccolo film.
“Aurelia” prende forma da 30 scatole di pellicola 16 mm che giacevano da tempo (probabilmente ormai la pellicola era scaduta, e così è stato) negli uffici della Telecentauro, una piccola casa di produzione che realizzava servizi giornalistici per la Rai con le famose, per gli addetti, troupe NG. Tutte le volte che le guardavamo, io, Raffaele Mertes, il direttore della fotografia, e Gianni Morina, il titolare della società, ci si chiedeva: che cosa ne facciamo?
Era il 1985. Io, reduce dall’unico film dove aveva fatto l’aiuto regista, “Feurberg” (“La montagna di fuoco”), girato a Stromboli con attori tedeschi e italiani, avevo un piccolo gruzzolo in tasca e mi sentivo tranquillo. Dissi: «La sceneggiatura la scrivo io ma poi il film lo facciamo!» La storia era costruita attorno ad una ragazza tedesca di Berlino che avevo conosciuto a Stromboli e di cui ero bollito al punto giusto: per me esistevano solo lei e Berlino.
Una sera, dopo una pizza insieme, Maddalena Crippa accettò di fare il film “Aurelia”, ovviamente dopo aver letto la sceneggiatura. Il sabato successivo l’accompagnai da Gianni Morina nel suo ufficio in zona Mazzini a Roma, lei esordì con queste parole e la sua solita sicurezza brianzola: «Domani sarò ospite a “Domenica In” da Pippo Baudo, annuncerò il film, ma poi lo facciamo, intesi?!».
Così accadde. Il lunedì successivo, o forse la domenica pomeriggio sul tardi, il telefono di Gianni Morina divenne caldo, tutti i suoi amici del circondario, il macellaio, il negoziante e altri, gli fecero i complimenti. Gianni, orgoglioso com’era (era un uomo semplice), non poteva più tirarsi indietro, a quel punto e il film partì, con pochi spiccioli, credo di averlo girato con 10/15 milioni di lire.
Agli attori dissi: rischiamo tutti, se va bene vi pago, altrimenti amici come prima. La piccola troupe la pagò la società che aveva a disposizione una macchina da presa a 16mm, qualche luce, una piattina e binario, 3/4 obiettivi – questo per gli addetti ai lavori. Gli attori, tutti amici, erano Maddalena Crippa e Fabio Sartor (all’epoca fidanzati), Nicola Pistoia, Carlo Monni, Lavinia Grizi che sostituì Mascia Musy perché impegnata e forse anche Laura Devoti, sempre per lo stesso motivo.
La troupe, oltre al “fratellino” Raffaele Mertes alla fotografia (ora lanciatissimo regista), era formata da Marco Grillo, fonico, Paola Bonelli, segretaria di edizione, Marco Pistolesi, aiuto regia, Marina Pistolesi, costumi eccetera, Carlo Fontana, montaggio; alla fine eravamo, e lo siamo tutt’ora, una famiglia.
Le riprese di “Aurelia” durarono due settimane, la pellicola molto meno: a un certo punto finì e io ricorsi agli amici importanti che giravano gli sceneggiati Rai per fortuna ancora in 16 mm: mi regalarono sotto banco spezzoni da 30/40 metri e forse meno, infatti ad un certo punto la pellicola finiva ma la macchina da presa non ti avvisava e alcuni ciak erano monchi.
Misi alla fine anch’io mano al portafoglio e comprai qualche scatola di pellicola buona, questo comportava l’incognita pellicola scaduta con pellicola nuova; il risultato era un punto interrogativo e alla fine lo stabilimento della Technicolor e Raffaele Mertes misero in atto l’esperimento di Storaro: usare il procedimento chiamato NR per dare un carattere alla fotografia e nascondere il mix dei tipi di pellicola adoperati nelle riprese.
L’agosto del 1986, il film fu girato a inizio estate, lo passammo io e Carlo a montarlo in una saletta buia (allora era così e forse la moviola non aveva ancora lo schermo luminoso) e senza aria condizionata, un calvario. La copia lavoro fu portata in VHS e da lì iniziò l’avventura per darle vita; cominciò il calvario, mio. Con la cassetta in mano diedi il tormento a tutti i produttori e distributori che conoscevo, alcuni li costringevo a vedere il film, sempre in copia lavoro (per i non addetti: pellicola tenuta insieme con la scotch, audio pessimo e in colonna magnetica ancora separata, musica provvisoria in appoggio), uno di questi l’amico caro Roberto Cicutto, che rimaneva indeciso, ma un film non può piacere a tutti. Tra i tanti, arrivai al “difficile” Giovanni Bertolucci: gli facevo simpatia, diceva che ero pazzo e per questo mi dava retta. Un giorno il mitico Bertolucci (riposi in pace) venne di persona negli uffici della piccola Telecentauro e vide il film in cassetta sul televisore. Finita la proiezione si alzò e si sedette davanti alla scrivania del suo sconosciuto collega, tirò fuori un libretto di assegni e fece: «Vi do 200 milioni (il film all’ora era costato come dicevo forse 10), vi togliete dai coglioni e lo do a Medusa».
La risposta di Gianni fu: «Ne voglio 900». Giovanni Bertolucci si alzò senza dire nulla e uscì dall’ufficio, io lo rincorsi inutilmente giù per i quattro piani di scale per superare l’ascensore, ma fu inutile, e pensare che avevo inseguito Bertolucci persino al Mifed di Milano (l’allora Mercato di cinema mondiale) dove si poteva entrare solo esibendo un badge da professionisti e io non l’avevo. Vabbè, avete capito; il film era in stallo senza soluzioni di sorta, qualche passaggio non lo ricordo più, (ma nel frattempo con Raffaele inviammo la cassetta VHS al Festival di Berlino).
Mi venne in soccorso e forse dal cielo Enzo Giulioli, produttore esecutivo di Mario Gallo, che mi suggerì di rivolgermi a Valerio De Paolis della BIM distribuzione, il quale accettò di vederlo ma in proiezione. Come fare visto che il film era ancora in copia lavoro e non in versione “ottica”? Andammo, io portai a mano scena e colonna, in uno stabilimento di doppiaggio ed edizione ai Parioli dove era possibile “caricare” il film.
Finita la proiezione Valerio De Paolis si espresse così: «Con questo film ci faccio un sacco di soldi». Nel frattempo, tramite Giulio Bastioni, il capo elettricista del film “Fuerberg” mi presentò Chantal Lenoble della Antea Cinematografica, si misero d’accordo Antea e Bim e andammo avanti.
De Paolis mi invitò a seguirlo alle Giornate professionali di Sorrento, mi pare, e usciti da un ascensore mi disse, senza possibilità di replica: «Devi farti fare le musiche da Paolo Conte». Tra me e non tanto tra me, pensai: e chi lo conosce?! Mi diedi di nuovo da fare e parlando col piccolo mondo che conoscevo si fece avanti la cara Carlotta Ercolino, anche lei scomparsa da poco, che aveva un aggancio lassù; Conte ovviamente voleva vedere prima il film e così successe e successe che mi disse sì (la mia idea era di utilizzare le sue canzoni per intero e alcune sue canzoni senza voce come musica di commento).
La RCA accettò di produrre la colonna sonora e le giornate negli studi RCA sulla Tiburtina furono indimenticabili; incontrai Gianni Morandi che mi salutò perché ero in compagnia di una cara amica tedesca, Angelo Branduardi si affacciò nello studio mentre montavamo “Gelato al limon” su una scena e mi fece segno che gli procurava i brividi, Rita Rusic stava incidendo un suo pezzo nello studio accanto e si dimostrò gentile ed interessata.
Durante l’attesa della fine dell’edizione e dei soldi per completarla, ricevetti una lettera dal Festival di Berlino: il film era stato selezionato per la Sezione Panorama; per me che vivevo con Berlino in testa e nel cuore (la ragazza, Jessica M. ispiratrice del personaggio di Giuditta, per ricordare), era la conferma che le congiunzioni astrali esistessero davvero; ma c’era da completare tutto: film, distribuzione, produzione. Puntando forse, ingenuamente, su Cannes e su Venezia, risposi con un fax alla Berlinale, rinunciando all’invito. Invece il film finì in concorso al festival di Locarno, dove vinse anche un “Premio Giuria Giovani”. Eppure Berlino era tutto per me, e quel dispiacere me lo porto ancora addosso, qui in gola. A Locarno specialmente la stampa italiana non “capì” il film e l’accoglienza tiepida spense gli entusiasmi della BIM: il film, dopo la presentazione all’Anteo di Milano, di fatto non fu distribuito sul territorio nazionale.
Alcuni passaggi: alle Giornate professionali del cinema, dove “Aurelia” fu presentato, venni “corteggiato” carinamente da Luigi De Laurentis (non mi mollò per due giorni). Al termine della proiezione mi disse: «Ho capito che l’hai fatto senza soldi, ma sei bravo e ci sai fare». Io però non ci seppi fare con lui, non riuscii a convincerlo con altre sceneggiature che avevo scritto.
Lo stesso successe dopo una bella recensione su “Variety”: arrivò alla produzione un invito a presentare il film al Mill Valley Film Festival (una sorta di anticamera agli Oscar o comunque la possibilità di mettere un piede in California), ma occorrevano i sottotitoli e la produzione non ne voleva sapere; si offrì di sostenere le spese l’attrice Connie Nielsen, nel frattempo la nuova fidanzata di Fabio, ma io mi sentii in difficoltà e un po’ di depressione fece il resto.
Per ultimo e non solo: Raidue offrì 80 milioni per l’acquisto dei diritti del film, ma la produzione riteneva fossero pochi e rimase lì. Un pomeriggio il mio nuovo amico Domenico Procacci mi telefonò (ovviamente a casa) per dirmi: «Voglio tutta la tua troupe». Così fu e un po’ di amici bravi ebbero la possibilità di lavorare per un produttore di cui tutti conoscono le qualità. Almeno “Aurelia” a qualcosa è servito.
Il mio piccolo film mi permise anche di ricevere un premio alla sceneggiatura dalle mani di Werner Herzog in un piccolo festival, a Mirabella Eclano, frequentato da grossi nomi del cinema internazionale come Richard Attenborough, che alloggiava nella camera adiacente la mia, veramente incredibile.
Ho avuto anche la possibilità di avere per un periodo le attenzioni e l’amicizia dei fratelli Kaurismäki (Mika e Aki), i quali portarono “Aurelia” nel loro festival in Finlandia, il Midnight Sun.
E questo è tutto, caro Michele: spero di non averti annoiato.
—
La foto ritrae alcuni membri della troupe, tra i quali Maddalena Crippa, Fabio Sartor e Giorgio Molteni (quello disteso vestito di bianco).