L’angolo di Michele Anselmi
Il sottotitolo del terzo “Avatar” è spiegato da una battuta che sentiamo all’inizio del film lungo 196 minuti: «Il fuoco dell’odio lascia solo la cenere del dolore». D’altro canto i due sentimenti sono al centro della storiona, ricolma di cliché ma anche interessante nell’esplorare, usando i canoni della fantascienza un po’ western, la natura umana anche dell’immaginario popolo Na’vi sul pianeta Pandora.
Uscito oggi in centinaia di copie, “Avatar” di James Cameron dovrà vedersela, almeno qui in Italia, con il natalizio Checco Zalone di “Buen Camino”, e vai a sapere se, dopo la Befana, sarà pareggio o no sul fronte degli incassi. Cameron, pure produttore insieme allo scomparso Jon Landau, molto si aspetta da questo terzo capitolo, costato la bellezza di 400 milioni di dollari. I primi due, messi insieme, arrivarono a quasi 5 miliardi di dollari in tutto il mondo, questo deve totalizzarne almeno 2 per essere un affare.
Com’è? Io l’ho visto al primo spettacolo, al romano cinema Barberini, in versione originale sottotitolata e con gli occhialini del 3D. In effetti non finisce mai, e ci sono momenti in cui le interminabili battaglie nei cieli e nei mari rincoglioniscono un po’ a causa del sonoro, ma sicuramente sarà una questione, mia, legata all’età. Quando invece, pur all’interno di una sontuosa confezione all’insegna di mirabolanti effetti speciali digitali, i personaggi recuperano un qualche rovello psicologico, entrando in conflitto con sé stessi e tra essi, be’ allora il film si fa più intenso, anche allusivo.
Dice il regista di “Titanic” nelle interviste: «Volevo radicare questo universo fantastico dentro reazioni umane autentiche: trauma, perdita, dolore. Il cinema commerciale tende a sorvolare su queste cose». In particolare ha fatto discutere il presunto razzismo che sarebbe espresso da Neytiri, la guerriera moglie di Jake Sully, ex marine terrestre diventato leader carismatico dei Na’vi. «È spezzata. Vive nell’odio. E questo la rende razzista. Deve imparare a vedere oltre il colore della pelle – o del pigmento – per riscoprire l’umanità negli altri» ha spiegato Cameron.
Oddio, la signora ha qualche motivo per avercela coi bianchi colonialisti e capitalisti, non fosse altro perché, fine della seconda puntata del 2022, avevano ucciso il suo figlio maggiore Neteyam. Adesso Lo’ak, il secondogenito che si considera responsabile di quella morte, sta vivendo le pene dell’inferno, si sente in colpa per aver provocato a tutta la famiglia un dolore così devastante; ma non vuole odiare il biondo e umano Spider, ormai una sorta di fratellastro, il quale può vivere in quel pianeta solo usando una maschera ad ossigeno con scarsa autonomia. La madre invece proprio lo detesta, anzi vorrebbe vederlo morto, a evitare che i terrestri lo usino per conquistare il resto del verdeggiante pianeta distruggendo il popolo Na’vi.
Oddio, c’è un’altra frase che torna spesso nel film: «I Sully non mollano mai», nel senso della famigliola mista, dove sono tutti bluastri, alti, slanciati, col naso camuso e le orecchie appuntite, a parte, appunto, Spider, detto «il pelle-rosa», ma dopo circa un’ora e mezza c’è una sorpresa che lo riguarda, grazie alle prodigiose magie della “sorella” Kiri, sempre connessa con la Grande Madre, a costo vedersela brutta…
Non saprei bene come raccontare la trama, anche per non rivelare i colpi di scena che certamente contiene, dentro una narrazione epica, in bilico tra panteismo, misticismo, ecologismo e spiritualismo (tutto un “ismo”), nella quale si precisano alcuni dilemmi squisitamente umani, specialmente i tormenti di Jack e del suo nemico giurato, l’ex colonello Quaritch diventato pure lui blu, rispetto alle decisioni da prendere sulla vita del biondino in perizoma, per certi versi “figlio” di entrambi.
Tornano quasi tutti i personaggi del secondo capitolo, incluso lo spirito di Neteyam, mentre tra le new entry spicca senza dubbio la corsara Varang, sensuale e crudele guerriera del Popolo delle ceneri, un clan deciso a tutto pur di impossessarsi delle micidiali armi da fuoco dei terrestri per conquistare nuovi territori; naturalmente anche lei, “incarnata” da Oona Chaplin, sa come usare il potente “kuru”, codino prodigioso e proteiforme, per annichilire gli avversari.
Il western, come formula e archetipo, spunta volentieri in questo terzo “Avatar”, non fosse altro perché i Na’vi sono mezzi nudi, usano archi, frecce e asce (anche strane balestre) e sfoderano la pensosa dignità di quelli una volta chiamavamo “pellerossa” e ora non si può più dire. In compenso non vanno a cavallo, volteggiando nel cielo sopra gli uccelloni amici a forma di drago, detti “ikran”, e comunicano con i “tulkun”, enorme creature marine simili alle balene, all’occorrenza capaci di fare la guerra.
Da Zoe Saldana a Sam Worthington, da Stephen Lang a Jake Campion, da Kate Winslet a Sigourney Weaver, gli interpreti principali ci sono tutti, benché quasi tutti poco riconoscibili sotto le fattezze blu, ma almeno nella versione non doppiata echeggiano le loro belle voci che si perdono purtroppo nel doppiaggio. Leggo che sui titoli di coda ci sono 3.800 nomi, confesso di essere uscito all’apparire del titolo.
Frase cult, detta da Jake Sully quando perde la pazienza: «Questa è una famiglia, non una democrazia». Ma si sa, lui un tempo era un marine.
Michele Anselmi