Con “The Alto Knights – I due volti del crimine” Barry Levinson segna il ritorno di uno dei generi più amati e forse più trascurati del cinema americano, il gangster movie. Ambientato nella New York del 1957, racconta la parabola discendente di due boss mafiosi realmente esistiti, Frank Costello e Vito Genovese, entrambi interpretati da Robert De Niro in un duplice ruolo che rappresenta tanto una prova d’attore quanto una metafora narrativa. Il film prende spunto da un momento fondamentale della storia della criminalità organizzata americana, il tentato omicidio di Costello. Orchestrato da Genovese attraverso il sicario Vincent Gigante (Cosmo Jarvis), la vicenda segna l’inizio di una rottura definitiva tra i due uomini, un tempo legati da un rapporto quasi fraterno. La sopravvivenza di Costello non spegne il conflitto, anzi lo trasforma in una guerra sotterranea fatta di strategie, alleanze e parole pesanti come proiettili. “The Alto Knights – I due volti del crimine” è costruito su un ritmo lento, quasi meditativo, dove la tensione scorre sotto traccia più che esplodere. La sceneggiatura non si concentra tanto sull’ascesa o sul declino, quanto sul momento della svolta, sul punto in cui tutto cambia e nulla può più tornare com’era. La narrazione invece guida lo spettatore in un viaggio fatto di memoria, rancore e rimpianti. Robert De Niro, con il peso e il carisma della sua lunga carriera, dà corpo a due figure profondamente diverse, da una parte il boss riflessivo e calcolatore, che ha scelto la via della corruzione silenziosa; dall’altra l’ambizioso e brutale Genovese, più impulsivo e assetato di potere. Il trucco prostetico aiuta a distinguere i due, ma a tratti appesantisce la resa, rendendo la performance un po’ artificiale. Eppure, nei momenti in cui il film rallenta e lascia spazio alle crepe emotive dei personaggi, De Niro riesce ancora ad ipnotizzare lo spettatore. Accanto a lui, Debra Messing e Kathrive Narducci interpretano le mogli dei due boss, ma le loro storyline restano marginali e poco sviluppate. Un’occasione mancata, soprattutto perché si intuisce che dietro quelle figure ci sarebbe stato spazio per un approfondimento emotivo più ricco, capace di rompere la retorica maschile del genere. È un’opera crepuscolare, consapevole del tempo che passa per i suoi personaggi, per il genere che rappresenta, per l’attore che lo guida. È un racconto sulla senilità del potere, sulla solitudine che segue il tradimento, sull’illusione del controllo. E in questo, nella sua malinconia sorda e nella sua pacatezza, ha una sua dignità, non lascia il segno come i grandi gangster movie del passato, ma nemmeno scivola nell’insignificanza. In conclusione per chi cerca il dinamismo e la violenza di certi capolavori degli anni ’90, questo film potrà sembrare lento o privo di mordente, ma per chi è disposto ad accettare un tono più dimesso e riflessivo, “The Alto Knights – I due volti del crimine” offre uno sguardo disilluso su un’epoca di potere che ormai sopravvive solo nella memoria del cinema, non reinventa il genere ma ne preserva con dignità il volto più stanco, intimo e umano. Disponibile nelle sale cinematografiche dal 20 marzo.

Lisa Napoleone