L’angolo di Michele Anselmi
Al pari del 69enne Kevin Costner anche il 65enne Viggo Mortensen continua a credere nei film western. Pure se incassano poco o niente. Ecco allora “The Dead Don’t Hurt”, che l’attore americano di origine danese, oggi pomeriggio premiato alla Festa di Roma, ha scritto, coprodotto, diretto, interpretato e pure musicato. Esce il 24 di questo mese targato Movies Inspired, e mi auguro, benché il genere sembri un reperto del passato talvolta oggetto di sciocche ironie, che il pubblico pagante si faccia tentare, a partire da quello femminile sensibile al noto fascino del cineasta.
Il titolo in inglese custodisce una sua piccola ambiguità, infatti può significare due cose: “i morti non soffrono” ma anche “I morti non possono più ferire”, cioè cagionare dolore. Vedendo il film, scoprirete che entrambe le interpretazioni sono legittime.
Mortensen monta sempre volentieri a cavallo, penso a “Oceano di fuoco – Hidalgo” e “Appaloosa”, ma qui, alla sua seconda regia, va ancora più sul classico, un po’, appunto, come Costner col dittico “Horizon: An American Saga”. E cioè: poche sparatorie, una narrazione distesa, una ricostruzione storica accurata (armi, abiti, case, acconciature), situazioni sospese, soprattutto un’attenzione viva ai personaggi femminili.
Siamo durante la guerra civile (1861-1865): al porto di San Francisco Vivienne Le Coudy, immigrata canadese francofona, incontra il cowboy Holger Olsen, immigrato di origine danese. Si piacciono al volo: lei lascia il suo lavoro da fioraia, lui le propone di raggiungere insieme una zona interna della California dove ha comprato una casetta isolata.
Il film, lungo due ore, procede per ellissi, non spiega tutto, e anzi complica un po’ le cose andando avanti e indietro nel tempo, senza didascalie, mischiando i fatti. Ne esce un romanzone western che raffredda il melodramma latente usando uno stile sorvegliato, intimista, con dialoghi laconici, musica severa, l’apparizione misteriosa di un cavaliere medioevale e qualche concessione alla tradizione. Per dire: un sindaco corrotto in combutta col capitalista delle miniere, un pistolero fuori di testa e stupratore, il saloon come arena e ritrovo, una resa dei conti che prima o poi arriverà.
Mortensen fa naturalmente Olsen: già soldato in Danimarca, poi sergente unionista in New Mexico, infine sceriffo dubbioso di Elk Flats, ma anche lettore avido e forse un po’ poeta. Mentre la lussemburghese Vicky Krieps (la ricorderete nel film “Il filo nascosto”) conferisce a Vivienne un interessante mix di dignità e ribellione, senso della maternità e spirito di indipendenza, per la serie “io sono mia”. Ma tutto senza forzature proto-femministe. Il film risulta a tratti un po’ scucito e divagante, lo so; però alla fine vince il sentimento tra malinconico e amoroso che vi ha profuso Mortensen.
Michele Anselmi