L’angolo di Michele Anselmi
Sui titoli di coda echeggiano le note di “Heroes”, la canzone di David Bowie, rifatta da Moby e Mindy Jones. Ricorderete: “We can be heroes, just for one day”. Infatti il nuovo film di Gabriele Muccino, oggi alla Festa di Roma e dal 31 ottobre nelle sale con 01 Distribution, sfodera una storia che si svolge nel giro di ventiquattro ore. Piuttosto frenetiche. Il regista romano, classe 1967, non girava un lungometraggio per le sale dal 2020: ma “Gli anni più belli” finì, come tutto, nell’incubo del Covid. Questo nuovo si chiama “Fino alla fine”, più drammatico del titolo internazionale “Here Now”, e certo Muccino, scrivendo il copione con Paolo Costella, ha voluto confezionare un film di forte impronta pop: febbrile e gasato, notturno e urlato.
Funziona? Deciderà il pubblico giovanile al quale sembra rivolgersi a partire dalla locandina che ritrae i visi di quattro giovani maschi in bianco e nero e al centro, a colori, quello di una bella ragazza. Si chiama Sophie, è una ventenne californiana scesa a Palermo con la sorella petulante, fissata con chiese, tele e monumenti. “Sophie incarna una forza vitale indomabile che, dopo aver vissuto a lungo in uno stato di prigione emotiva, sceglie di uscire dal proprio bozzolo e tuffarsi nella vita sfidando sé stessa e il mondo” ha spiegato Muccino. E questo in effetti accade nell’adrenalinico viaggio di iniziazione alla maniera del regista.
Per riassumere senza svelare troppo, in linea col trailer. La bionda e annoiata Sophie molla la sorella noiosa, sulla spiaggia di Mondello, e si mette a fare tuffi audaci con quattro coetanei locali pieni di tatuaggi e non proprio rassicuranti nell’aspetto. Ma Giulio, il più tenero del quartetto, sa come prenderla e lei ricambia andando presto a letto con lui. La serata con quei nuovi amici si prospetta piacevole, appena un po’ folle e survoltata; non sa, Sophie, che il leader del gruppo, detto “Comandante”, ha un debito da saldare con un criminale slavo tutto cicatrici in faccia, e l’unico modo per pareggiare è fare qualcosa di molto pericoloso…
Girato in due versioni, l’una in inglese per il mercato internazionale, l’altra più correttamente in italiano e in inglese, “Fino alla fine” racconta una storia piuttosto inverosimile, a partire dalla trasformazione psicofisica della fanciulla, ma non sta qui il problema. Muccino gioca su una doppia ambiguità: prima dipingendo quei quattro come una specie di “branco” minaccioso per la straniera, poi rovesciando le dinamiche di gruppo nel corso di un’indiavolata notte di fughe e spari.
Naturalmente il clima è parecchio sovraeccitato, tutti gridano “State calmi!” (alla quinta volta l’invito fa un po’ sorridere), insomma a Muccino sembra interessare più la convulsa messa in scena della scorribanda, bombardata dalla musica solenne di Paolo Buonvino, che la verosimiglianza degli eventi. Magari ha ragione lui.
L’attrice americana Elena Kampouris sfodera una grinta notevole, mentre i quattro balordi palermitani sono incarnati da Saul Nanni, Lorenzo Richelmy, Enrico Inserra e Francesco Garilli. Forse c’è una morale nell’epilogo mattiniero, un qualcosa che riguarda le classi e i contesti sociali, ma francamente non saprei dire, dato il frastuono.
PS. Scopro solo ora, a recensione scritta e pubblicata, grazie alla soffiata di un amico, che esiste un film tedesco del 2015, “Victoria”, diretto da Sebastian Schipper: racconta esattamente (o quasi) la stessa storia di “Fino alla fine”. Curioso che Muccino non lo dichiari: sia nelle interviste sia sui titoli di coda.
Michele Anselmi