Il Bif&st di Michele Anselmi | 8

In un tripudio di cine-baresità si conclude stasera il Bif&st 2026, il secondo guidato da Oscar Iarussi. Alle 19, nella cornice del Petruzzelli, sono attesi infatti Checco Zalone e il suo regista Gennaro Nunzante, autori dell’exploit commerciale dell’anno con “Buen Camino” (76.4 milioni di euro al botteghino), per ricevere insieme a Valeria Golino e Abdellatif Kechiche i premi “Cinema Arte”; ci sarà anche Lino Banfi, destinatario poche ore prima dello stesso riconoscimento dopo la proiezione del ritratto “Lino d’Italia. Storia di un italieno” (con la “e”) diretto da Marco Spagnoli. Del resto, tutto il festival è stato, anche comprensibilmente, all’insegna di un orgoglioso omaggio al talento locale nei diversi campi legati al cinema, alla televisione, alla produzione, anche alla musica. Qualcuno ha lamentato l’orchestrazione delle serate di gala al Petruzzelli, dette “Rosso di sera”, troppo fitte di presenze, comparsate e premiazioni, ma fa parte del gioco, anche rendere i film, spesso partiti in ritardo, solo un pezzo dell’evento mediatico.

Ieri sera, intanto, è toccato al regista cagliaritano Gianfranco Cabiddu di salire sul palco per ritirare il premio, alla voce “Concorso per il cinema italiano”, andato al suo documentario “Su Maistu”, il maestro, prodotto insieme a Sandro Bertolozzi e si spera presto su qualche canale televisivo digitale (sarebbe bello Rai5). Il maestro in questione è Luigi Lai, oggi 93 enne, il più apprezzato, al mondo, suonatore di Launeddas, quell’antico strumento, forse il più antico dell’area mediterranea, che nasce da una costruzione artigianale, povera: tre canne di diversa lunghezza, con dei fori per le dita, il cui suono, prodotto da una sorta di respirazione circolare e continua, ricorda quello di una cornamusa o se volete di una zampogna, ma senza sacco.

Uno strumento fortemente legato alla tradizione sarda, risalente al mondo nuragico, che Lai, ex immigrato in Svizzera, minatore mancato per sua fortuna, suonatore anche di fisarmonica e sassofono, ha trasformato in un suono che trascende il perimetro del cosiddetto folk revival per renderlo adattabile ai contesti più diversi, da qualche tempo anche in tonalità minori (ha dovuto fare una modifica alle canne). Infatti, nella sua lunga carriera, coronata da una laurea honoris causa ricevuta all’università di Bologna, Lai ha suonato con artisti come Angelo Branduardi, Enzo Avitabile, Paolo Fresu, Antonello Salis, Maria Carta, Uri Caine, David Holland e infiniti altri, dentro uno scambio musicale all’insegna di un sorridente rispetto reciproco, viaggiando dappertutto: dalla Scozia agli Stati Uniti, dalla Galizia alla Germania.

Girato nel corso di otto anni, solo per il gusto di farlo, senza garanzie distributive, “Su Maistu” non è un documentario agiografico o di pura celebrazione, anche perché Lai, che si esprime in un denso sardo per fortuna sottotitolato, appare il più sorpreso di tutti del successo ricevuto nei decenni. «Mi stanco ma non mi stanco» rivela a chi gli fa notare che suonare da solo anche per un quarto d’ora di seguito quelle tre canne, estraendone un suono polifonico e complesso, richiede un fiato e una concentrazione non da poco.

Il segreto, si direbbe, sta nel legame che Lai, a cavallo della vecchia Cinquecento blu anni Sessanta, conserva con la sua Sardegna: la terra, le piante, le erbe, il mare, le vigne, le feste patronali, gli esperimenti jazz, appunto la lingua, il piacere soprattutto di ascoltare gli altri musicisti, anche lontani da lui per formazione, nazionalità e tradizione, in modo da integrarsi con la massima leggerezza. Non a caso il trombettista Paolo Fresu, facendogli un gran complimento, sottolinea: «È difficilissimo per un musicista ascoltare gli altri, se ci riesci, mettendo da parte l’ego, ne viene nasce il più puro piacere di condividere la musica».

Domani mattina, domenica, è prevista a Cagliari una gran festa musicale in onore di Lai, con la proiezione del film, 93 minuti che passano veloci, appena premiato a Bari.

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Il film della serata, in anteprima italiana rispetto all’uscita nelle sale del 2 aprile, era invece l’americano “È l’ultima battuta?”. Terza regia dell’attore 51enne Bradley Cooper, che si tiene per sé un ruolo buffo, di contorno: un attorucolo fissato con il proprio aspetto, con barba o senza, alle rese con una serie western. I due veri protagonisti sono Will Arnett, anche sceneggiatore, e Laura Dern, nei panni rispettivamente di Alex e Tess Novak.

La coppia di cinquantenni è al capolinea, a un passo dal divorzio, ma è una parola dirlo ai figli; così, attraverso una separazione morbida, i due un po’ si lasciano e un po’ no. Lui è attratto dalla stand-up comedy, insomma quelle improvvisazioni un po’ da cabaret rese celebri da Lenny Bruce. Una pratica complicata, senza rete, facile ai fischi, nella quale far confluire pezzi di vita personale, battute irriverenti sul sesso e sfoghi umorali.

In realtà Alex sembrerebbe poco portato, ma via via si costruisce un suo pubblico di estimatori nelle serate “open mic”, a microfono aperto. Solo che una sera si presenta nel locale la moglie Tess, insieme a un suo spasimante: potrebbe essere un disastro, invece qualcosa di miracoloso sembra accadere.

«Voglio essere infelice con te» è la battuta cruciale del film, lungo due ore, piuttosto verboso, a volte tedioso, tutto primi piani e macchina a mano, stile “arty”, senza musica, vagamente alla John Cassavetes.

Funziona? Non saprei, ma di sicuro Bradley Cooper, forte del potere contrattuale di cui gode a Hollywood, come regista non segue strade confortevoli, di pronto consumo. La canzone che sentiamo echeggiare nella colazione tra amici, durante una vacanza, si chiama “Amazing Grace”: il più famoso inno religioso anglosassone al mondo.

Michele Anselmi