L’angolo di Michele Anselmi
Il 1° aprile, e non è uno scherzo, arriva su Paramount+ il nuovo film di Carlo Verdone. Si chiama, come forse sapete, “Scuola di seduzione”. Immagino che l’attore e regista romano avrebbe preferito un affaccio nelle sale, almeno simbolico, ma i capi della piattaforma digitale sono stati inflessibili, anche perché c’era da rispettare un contratto in materia, ora in scadenza. Il prossimo film, libero da vincoli e sempre prodotto da Aurelio De Laurentiis, invece approderà al cinema, così ha annunciato Verdone, il quale non ha mai dimenticato che nel 2020 il suo “Si vive una volta sola” restò intrappolato nell’emergenza Covid.
Com’è “Scuola di seduzione”? Ben recitato, anche tenerello e con qualche trovata brillante, una sorta di “dramedy”, come s’usa dire oggi, che non s’allontana granché dallo standard verdoniano degli ultimi anni. Certo le quattro stagioni di “Vita da Carlo” avevano abituato il comico a una narrazione distesa, ampia, di sapore autobiografico, appunto da lunga serialità; qui invece torna la forma-film, poco sotto le due ore, sempre in una chiave corale, e viene un po’ da pensare, pur nella diversità della prospettiva, al sottovalutato “Ma che colpa abbiamo noi” del lontano 2003: per l’intreccio delle vicende, le dinamiche psicologiche e il gioco agrodolce.
Chi va alla “Scuola di seduzione”, pilotata da una materna trans spagnola che si chiama Ortensia (è Karla Sofía Gascón, quella di “Emilia Pérez”), sono sei romani di diverse età, tre maschi e tre femmine, tutti con problemi di relazione legati all’amore e al sesso. In realtà una del sestetto, Adele, è una giovane e arrogante influencer che s’è iscritta al corso solo per sputtanare sui social «la fuffa-guru»; ma anche l’accusatrice, strada facendo, rischierà qualche inciampo in materia sentimentale.
Con Adele ci sono: un settantenne ex percussionista classico, Clemente, intristito dalla pensione e dalla solitudine; un professore cinquantenne, Bruno, angariato dalla madre onnipresente che in tutto lo controlla; una libraia lesbica, Gaia, che s’è convinta di portare “sfiga” e vive giustamente male la nomea; un giovane riccone con Porsche e villona, Emanuele, in realtà timido e complessato a causa dell’ipoplasia penica di cui soffre, insomma è convinto di averlo piccolo; un’infermiera malmaritata, Giuliana, a un passo dal divorzio perché ormai ai ferri corti col marito distratto e insensibile.
Diviso in 6 capitoli, più un prologo e un epilogo, “Scuola di seduzione” rievoca, come racchiusa in un lungo flashback, la cura energica, pure eterodossa, alla quale Ortensia sottopose i sei pazienti nella speranza di provocare una sorta di sblocco emotivo.
Secondo i meccanismi tipici di queste divagazioni sull’amore, il copione, firmato da Verdone insieme a Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni, annoda situazioni buffe e confessioni amarognole, con qualche sorpresa romanzesca (c’è anche un’agnizione di mezzo) e qualche affondo colorito (una mistress dominatrice che in realtà sogna una storia romantica).
«Che cos’è l’amore se non un atto di fede?» sentiamo dire a un certo punto. In fondo sta qui il senso del racconto, nel quale Verdone si fa un po’ da parte, replicando le consolidate facce, voci e reazioni, forse persino troppo, per lasciare più spazio agli attori principali, che sono Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen, Romano Reggiani, rispettivamente nei ruoli di Bruno, Giuliana, Adele, Gaia ed Emanuele, con Karla Sofía Gascón a coprire il lato, diciamo, tra esotico e maieutico.
Il titolo viene da un articolo dell’inglese “The Guardian”: vi si parlava di terapeuti e psicologi specializzatisi in corsi a pagamento per pazienti sentimentalmente “bloccati”, irrisolti. Occhio alla battuta sul filo di Scozia: divertente ma per palati fini.
Michele Anselmi