L’angolo di Michele Anselmi

Teorizza Jovanotti in “Io, noi e Gaber”, il bel documentario che Riccardo Milani ha dedicato al cantante milanese: “L’unico modo per servire il pubblico è andargli contro”. Vero? Falso? In effetti Gaber è stato tante cose, sul piano artistico: musicista sopraffino di conio jazz, celebrità pop con un pizzico di rock and roll, presentatore televisivo, attore e amabile cabarettista, dai primi anni Settanta artefice di una decisiva rivoluzione nel ramo teatro-canzone. Quindi è vero. L’artista, a un certo punto della sua carriera, dopo aver conosciuto un rassicurante successo televisivo, decise di mollare quel mondo, che pure gli aveva dato ricchezza e notorietà, per reinventarsi sotto forma di “signor G.”, un alter-ego tra ombroso e rabbioso che gli avrebbe aperto un modo completamente diverso di comporre, cantare e recitare.
A mo’ di evento speciale, “Io, noi e Gaber” sarà per tre giorni nelle sale con Lucky Red il 6-7-8 novembre, dopo l’anteprima alla Festa del cinema di Roma e qualche presentazione alla presenza dell’autore (ieri sera a Genova, stasera a Modena e Bologna, domani a Firenze). Il tutto in attesa che la Rai, coproduttrice insieme ad Atomic, Luce Cinecittà e Fondazione Gaber, decida che cosa farne sul piccolo schermo.
Non che Milani abbia lasciato il cinema cosiddetto di finzione: è quasi pronto il nuovo “Un mondo a parte”, protagonisti Antonio Albanese e Virginia Raffaele, ma, al pari di colleghi come Giuseppe Tornatore, Daniele Luchetti e Daniele Vicari, s’è voluto cimentare con il ritratto d’artista (e prima di sportivo, con Gigi Riva).
“Io, noi e Gaber” dura due ore e dieci minuti, pezzatura lunga per un documentario, ma è anche vero che raccoglie venticinque testimonianze e offre tanto materiale di repertorio, pure inedito. È la figlia Dalia Gaberscik, nata dal legame amoroso tra Gaber e Ombretta Colli, a fare un po’ da Virgilio in questo viaggio nell’universo esistenziale e musicale dell’illustre papà. Il tono generale è affettuoso, a tratti complice, ma non agiografico, riuscendo Milani a esercitare la giusta distanza pur essendo sfegatato ammiratore del cantante, morto a soli 63 anni il 1° gennaio 2003.
Magari non tutti sanno che fu “Il Musichiere”, nel lontano 1959, a rivelare quel milanese spilungone e nasuto, appena ventenne, lesto a presentarsi con un rock swingante da lui composto: il frenetico “Ciao ti dirò”. Gaber aveva già suonato come chitarrista con Enzo Jannacci e Luigi Tenco, ma l’apparizione televisiva lo rese quasi subito un personaggio solista. E qualcosa del genere accadde ai suoi amici Mina e Celentano.
Bisogna avere una certa età per ricordare il Gaber di canzoni come “Non arrossire”, “Porta Romana”, “La ballata del Cerutti” (con tanto di banjo sotto), “Trani a gogò” o “Le nostre serate”. Una fresca vena surreale s’intreccia al palpito sentimentale, in una dimensione calda, universale, buffa; e certo lui sa come farsi amare sul piccolo schermo: vestito di nero con camicia bianca e cravatta, la voce disciplinata al sorriso, i capelli un po’ gonfi, una milanesità che fa simpatia.
Nel 1968 esce il 45 giri “Torpedo blu”, gran successo radiofonico; e di lì a poco Mario Capanna, ieri leader carismatico del Movimento studentesco e oggi uno degli intervistati a un passo dalla lacrimuccia, invita Gaber a un incontro alla Statale con gli universitari in assemblea. Il cantante si presenta con un macchinone da divo televisivo, pensando in cuor suo di essere contestato, invece nessuno dei ragazzi fa caso a quello status-symbol, e da lì forse nasce uno sguardo diverso di Gaber sulle logiche del mercato e dell’invidia sociale.
“Fisicamente non ce la faccio ad essere di destra. Ma come mi fanno incazzare quelli di sinistra…” dirà anni dopo, quando la moglie si converte alla politica attiva con Forza Italia. Il Gaber ilare e leggero degli anni Sessanta ormai è un ricordo lontano: con l’amico comunista Sandro Luporini ha scritto spettacoli musicali come “Il signor G”, “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Libertà obbligatoria”. Soprattutto “Polli di allevamento”, nel 1978, farà molto arrabbiare i giovani della sinistra extraparlamentare, con contorno di fischi in platea, per l’impietoso sguardo che canzoni e monologhi depongono sulle mode dell’epoca, le pretese rivoluzionarie, l’inconsapevole omologazione, pure le
pratiche violente e le parole d’ordine femministe.
Gli spettacoli fanno il pieno di pubblico a teatro, e tuttavia – qui esprimo un parere del tutto personale – Gaber sembra via via trasformarsi in una sorta di sciamano furente, di fustigatore moralista, di disossato mattatore: certo non reazionario, forse un po’ pasoliniano. E le canzoni, a parte alcune giustamente memorabili, diventano sempre più cupe, apocalittiche, umorali, contorte, declamatorie, accusatorie, pure predicatorie, con le musiche dissonanti che sembrano inseguire le parole, in un clima deformato dalla nevrosi acida, per farci stare tutto.
“Gaber per me è stato soprattutto una voce e un corpo scenico” aggiunge Jovanotti, e forse la sua testimonianza è tra le meno convenzionali, rispetto agli amarcord generazionali di molti degli intervistati: Capanna, Luporini appunto, e poi Michele Serra, Fabio Fazio, Gino e Michele, Ivano Fossati, Ricky Gianco, Pier Luigi Bersani, Claudio Bisio, Vincenzo Mollica, Gianni Morandi eccetera.
Milani gestisce con cura il traffico delle interviste e delle canzoni, condendo il ritratto con aneddoti saporiti, scorci curiosi, ambientazioni inattese. Il finale del film custodisce una sorpresa fortemente emotiva, di scrittura registica, per i miei gusti parecchio retorica, anche se immagino che piacerà al pubblico. Sotto, questo si può dire, echeggiano le note di “C’è solo la strada”: quasi una torrenziale pioggia di pensieri sulla natura umana, la caducità dell’organismo, il senso dell’amore e l’essenza della vita.

Michele Anselmi