L’angolo di Michele Anselmi
Maria, barese trapiantata a Catania, vorrebbe fare di mestiere la stand-up comedian, ma le sue battute, tra sarcastiche e autopunitive, non fanno ridere il pubblico al bar. Eppure non sono malaccio. Dice cose del tipo: «Non potrei mai sopportare che il sangue che serve al cazzo se lo succhi tutto il cuore». O ancora: «Non ho bisogno di sentirmi sola per essere sola». Non saprei proprio dire se echeggi qualcosa di autobiografico nel film che Anna Piscopo, trent’anni, nata a Bari, ha voluto intitolare “Mangia!”. Nato da un suo one-woman-show teatrale, il film dal costo inesistente, si parla di 20 mila euro in tutto, è l’ultimo prodotto dallo scomparso Galliano Juso; e certo la sceneggiatrice, attrice e regista, benché dotata di notevole presenza scenica, avrà dovuto fare i salti mortali per trarne il lungometraggio, poco più di 80 minuti, presentato al Bif&st qualche settimana fa e ora in giro per l’Italia con rare copie (ma dal 20 maggio sarà al romano cinema Farnese).
Vedo che gli aggettivi più usati dai critici per questa sorta di cine-Ufo sono «dadaista», «grottesco», «futurista», «sghembo», «surreale», «caricaturale», «spiazzante»… Tutto vero: in effetti “Mangia!” è una commedia acre e agra difficile da maneggiare, pure da mandare giù, a voler fare dell’ironia sull’imperativo contenuto nel titolo. Anche se la bulimia, pur rappresentata, mi pare solo un pretesto per parlare d’altro, non il vero cuore “patologico” della storia.
In una Catania assolata e notturna, tra echi televisivi da Gaza e manifesti di Fratelli d’Italia, l’infelice Maria cerca di farsi strada: affamata di vita, di amore, di attenzioni. Forse ha talento, ma viene considerata buffa, bruttina, oltraggiosa, nessuno le dà credito, neanche la sua sgarrupata famiglia (la madre anaffettiva tradisce il marito ludopatico).
È una Sicilia un po’ alla Ciprì e Maresco, sia pure a colori, popolata di personaggi orribili, sfatti, intollerati e viziosi, anche quando sembrano istruiti e colti, profeti e vegani. Maria fuma, beve, mangia e si muove con destrezza dentro quell’umanità marginale, coi suoi abiti vistosi, le calze a rete, le pelliccette sintetiche, le unghie blu, mentre si preparano le eliminatorie di un talent-show intitolato “The Bomber”, forse manovrato per far vincere una bella figliola che canta il tormentone “Cocca di papà”.
Una strana e contorta sensualità emerge dagli eventi di “Mangia!”, un film che sembra pensato in una chiave deformante, affastellando belle trovate visive e battute sentenziose un po’ alla Sorrentino. Per esempio: «Cosa farò da grande? Niente, sono troppo giovane per rassegnarmi». Ne esce comunque, mi pare, il ritratto non piagnone, a tratti certo sgangherato e doloroso, di un malessere femminile che non individua colpe sociali, semmai pesca nel vissuto di una giovane donna costretta a farsi aggressiva per non cedere alle batoste esistenziali.
La fotografia di Daniele Gangemi, il montaggio di Edoardo Viterbori e le musiche di Tony Esposito irrobustiscono sul piano del cine-racconto il fiero incedere di Maria in quella Catania all’ombra del vulcano. Si parla tanto di cibo in “Mangia!”, ma in fondo, come si diceva, la bulimia alla quale la protagonista cerca forse di sottrarsi è un espediente per osservare l’irrequietezza di una trentenne chiamata «cessa» per strada solo perché nessuno è in grado di vederla e ascoltarla davvero.
Michele Anselmi