L’angolo di Michele Anselmi
Luchinisti d’Italia, state pronti. Giovedì 18 gennaio esce nelle sale “La petite” di Guillaume Nicloux, protagonista, naturalmente, Fabrice Luchini. Chi mi segue in queste noterelle sa quanto mi piaccia l’attore francese, oggi 72enne: un talento unico della recitazione, capace anche di prendersi in giro amabilmente, come accadde in “Chiami il mio agente!”. Non ripeterò le lodi sulla classe di Luchini, anche quando sembra ripetersi (e spesso lo fa); però in questo nuovo film, targato Movies Inspired e Circuito Cinema, sembra allontanarsi da certi cliché tendenza arrogante/nevrotico per proporsi in una diversa guisa, più morbida e perfino tenerella.
Il regista 57enne ha nove romanzi e quindici film alle spalle, insomma in Francia è una celebrità che ha diretto i migliori tra attori e attrici d’Oltralpe, senza fossilizzarsi in un genere. L’unico vezzo è usare lo stesso cognome, Siprien, per i personaggi raccontati di volta in volta, come un tratto distintivo o un’autocitazione sorniona.
Joseph Siprien, appunto Luchini, è un ultrasessantenne ebanista di Bordeaux che restaura mobili d’epoca con certosina perizia. Vedovo, conduce una vita tranquilla e un po’ noiosa, dedita al lavoro, finché una telefonata gli annuncia che suo figlio Emmanuel è appena morto in un incidente aereo, insieme al suo compagno Joachin. Per l’uomo è un colpo terribile, appena assorbito grazie alle cure dell’amorevole figlia Aude, fisioterapista single. Ma il peggio, o il meglio, deve ancora venire: i due fidanzati omosessuali volevano ad ogni costo un figlio, ed ora da qualche parte, forse in Belgio, una “madre surrogata”, in francese “mère porteuse”, sta per partorire, essendo al nono mese di gravidanza. Dove vive la giovane donna? Che viso e che nome ha? E che cosa intende fare del nascituro?
Scandite dalle belle note pianistiche di Ludovico Einaudi, “La petite” (sì, sarà una femmina) racconta la strana indagine che Joseph s’intestardisce a condurre, contro tutto e tutti, con pochi soldi e un crescente senso di dedizione, senza immaginare che le tracce lo porteranno a Gand, nel Belgio fiammingo, dove l’aspettano parecchie sorprese.
“Il valore delle cose è negli occhi di chi guarda” si sente dire l’ometto dalla candida barba quando dovrà vendere sottocosto l’amata station-wagon Mercedes per tirar su del denaro; e intanto, dopo una ricerca mica facile, le tracce portano a una certa Rita Wanderwaele, una ventiseienne all’apparenza sciroccatella.
“La petite” non è un film sul cosiddetto utero in affitto e le sue tematiche, anche se la legislazione belga, molto più duttile che altrove, permette una curiosa via d’uscita che Joseph, un po’ alla volta, comincerà ad accarezzare. Una preziosa culla lignea dove forse fu disteso il neonato Klimt, pagata uno sproposito a un’asta, fa da filo conduttore a questa storia gentile e itinerante, sostanzialmente costruita sul rapporto che si crea tra l’ebanista e la partoriente: a lui poco importa se il nascituro non è sangue del suo sangue, a lei importa solo di essere saldata rispetto alla cifra pattuita prima che i due morissero.
Il film, dai toni agrodolci con una punta di favola, è un po’ prevedibile, ma fa simpatia questo antieroe stanco e tenace, proiettato lontano da casa, che deve rimettersi in gioco per salvare il salvabile e onorare la memoria del figlio mai ritrovato. Luchini, specie nella versione in francese, è come sempre perfetto nel disegnare questo padre immalinconito ma non vinto, che pure continua a piacere alle donne (una bella e ricca signora lo corteggia senza successo). Ma non sono da meno, per piglio e sfumature, le altre due donne della storia, incarnate da Mara Taquin e Maud Wyler, ovvero Rita e Aude.
A un certo punto compare alla tv Sylvie Vartan, in bianco e nero, e canta “Par amour, par pitié”: era il 1967, da qualche parte forse ho ancora il 45 giri nella versione italiana.
Michele Anselmi