L’angolo di Michele Anselmi
Basterebbe la presenza di Livia Antonelli, qui alla sua prima volta da protagonista assoluta, per giustificare un salto al cinema, quando “L’anima in pace” uscirà nelle sale, giovedì 18 gennaio con Farocinema. Il regista Ciro Formisano, napoletano, classe 1976, le ha cucito addosso un ruolo perfetto, e lei l’ha fatto prontamente suo, apportando grinta verbale e aderenza fisica, quasi facendo dimenticare di essere, appunto, un’attrice professionista.
Potrebbe sembrare, a prima vista, un film che arriva fuori tempo massimo, essendo ambientato nei giorni più duri della pandemia, in una Roma vuota e quasi spettrale, nonostante il clima tiepido di quelle settimane. Invece no. Il Covid è un contesto “speciale” nel quale far muovere Dora, una venticinquenne dal carattere all’apparenza ruvido e impenetrabile. Capelli alla maschietta, felpa rosa, canottiera verde, pantaloni attillati di finta pelle e scarpe da ginnastica, la giovane donna si guadagna da vivere portando la spesa a domicilio, grazie al furgoncino di un’azienda di acque minerali. Turni massacranti, pesi gravosi, clienti antipatici “reclusi” in casa, pochi soldi a fine giornata. Così Dora “arrotonda” facendo il pusher per Yuri, un fustaccio bello e dannato, dalla chioma fino al sedere, col quale se la spassa un po’ anche a letto.
Questo il contesto, ma presto scopriamo che Dora si sbatte per una giusta causa: evitare che la madre, appena uscita di prigione per aver sparato al marito manesco, perda i piccoli gemelli Massimo e Nunzio, fratellini della ragazza, temporaneamente affidati a un’altra famiglia. Insomma è Dora quella matura: chiamata a vigilare sulla genitrice instabile e facile agli amorazzi, pure a non fare arrabbiare la zia che le ha accolte in casa, dalle parti del Quarticciolo a Roma.
Un po’ come la “Rosetta” dei fratelli Dardenne, solo un più adulta, Dora è l’eroina di questa storia proletaria che racconta anche uno scontro di classe, culturale: nel senso che la ragazza, stanca di rischiare la pelle per quel balordo ras del quartiere, pare trovare un po’ di pace nell’incontro con Andrea, un laureando in medicina ricco e sensibile, figlio di una sofisticata ex ballerina con casa nel centro storico, piena di quadri e oggetti.
“L’anima in pace” non è esente da difetti: troppa musica spalmata dappertutto per i miei gusti, qualche sottolineatura socio-antropologica di troppo, il sottofinale a effetto poco credibile; e tuttavia Formisano pesca in un vissuto personale (anche lui fece il “rider” durante la pandemia) per estrarne una storia fortemente emblematica su “quanto sia difficile cambiare la direzione del proprio destino se si cerca di superare le barriere invisibili e invalicabili dei sobborghi”.
Nondimeno Dora è una forza della natura: per l’andamento fiero, la bellezza distratta, la sessualità disinvolta, i modi “borgatari”. Ma è buona, altruista, responsabile. “Andrea, perché non mi accetti come sono?” dice ad Andrea, che per amore la spinge ad avere qualche ambizione in più rispetto alla prospettiva di occuparsi di unghie magari in un negozio tutto suo.
Di Livia Antonelli s’è detto: in buona misura ricade su di lei il peso del film, girato in economia, povero ma non misero; gli altri interpreti, da Donatella Finocchiaro a Cinzia Susino e Daniela Poggi, da Lorenzo Adorni ad Antonio Digirolamo, s’intonano al registro realistico, di piglio dialettale, fornendo una sorta di coro all’anima di Dora, prima inquieta e infine forse pacificata.
Quasi inutile dirlo: “L’anima in pace” è un vaso di coccio tra vasi di ferro, intendo sul piano della distribuzione, sicché, credo, vale la pena di dargli una mano per tempo, nella speranza che il pubblico si faccia incuriosire laddove potrà vederlo (giovedì escono almeno sette film, una follia che lascerà molte vittime sul terreno).
Michele Anselmi