L’angolo di Michele Anselmi
Ha ragione Danny Boyle, il regista inglese, oggi 68enne, che fu rivelato da “Trainspotting”: il suo nuovo “28 anni dopo” è un horror post-apocalittico che in realtà parla, neanche troppo sotto metafora, della Brexit e delle sue conseguenze sull’esistenza del Regno Unito. Il film, terzo della serie e secondo diretto da Boyle, è destinato a dare avvio a una nuova trilogia, infatti è già stato girato “28 anni dopo – Parte 2: Il tempio delle ossa”, per la regia di Nia DaCosta, uscita a gennaio 2026.
Sono andato a vedere “28 anni dopo”, nelle sale da mercoledì 18 giugno, senza ricordare niente del primo, e del resto sono cambiati tutti gli attori e l’epidemia di “rabbia”, che fu provocata a Londra da alcune cavie fuoriuscite da un laboratorio, è ormai un ricordo lontano. Il virus letale, sconfitto nei Paesi europei, ha ridotto la Gran Bretagna a una specie di terra desolata, per quanto verdeggiante, senza auto, benzina, comodità, cellulari, energia elettrica.
Un gruppo di sopravvissuti, orgogliosamente legati ai simboli Old England, ha costruito una specie di forte sulla piccola isola di Lindisfarne collegata alla terraferma da un lungo sentiero coperto per molte ore al giorno dall’alta marea. La comunità è coesa, vive nel culto della regina Elisabetta, di Churchill, dell’Enrico V di Laurence Olivier, dei salmi anglicani e della lotta al nazismo di Hitler.
Ma il quattordicenne Spike dev’essere svezzato, istruito al combattimento contro i famelici infetti, così il padre Jamie lo conduce, armati entrambi solo di archi e frecce, dall’altra parte dell’istmo, dove ogni albero nasconde un pericolo. I “lento-bassi” strisciano per terra e fai in tempo a vederli e centrarli in testa, gli “alfa” invece sono nudi, veloci e indemoniati: azzannano e decapitano, strappando via anche un pezzo di colonna vertebrale.
A suo modo “28 anni dopo” è un romanzo di formazione, un po’ come fu, in chiave western, “I cowboys” di Mark Rydell con John Wayne, all’epoca esecrato sul piano etico, non si capisce bene perché. Padre e figlio s’inoltrano nei boschi sapendo che dovranno molto uccidere per farla franca e tornare infine alla loro “isola sacra” o “miracolosa”. Ma le cose si complicano, anche perché l’amatissima madre del ragazzo, Isla, sta sempre peggio, e solo un misterioso medico rimasto dall’altra parte, il dottor Kelson, potrebbe forse curarla…
La Sony chiede a critici e giornalisti di non rivelare troppi dettagli sulla storia, sicché io mi fermo qui, ma naturalmente Boyle e il suo fedele sceneggiatore Alex Garland allestiscono una storia epica all’insegna dell’avventura: tra dettagli raccapriccianti, teschi da bollire, intrusioni inattese e riflessioni non peregrine sulla vita e la morte (più uno spiritoso omaggio ai “Teledubbies” per bambini degli anni Novanta).
«Ci sono tanti modi per morire, alcuni migliori di altri» sentiamo dire nel corso dei quasi 120 minuti, e certo “28 anni dopo” intinge l’avventura del ragazzo dentro una ferocia cruenta legata al filone zombie & dintorni. Però il regista spiega, giustamente, che l’horror «è un genere flessibile, lo puoi tirare dove vuoi, da tutte le parti», sicché anche il virus della rabbia diventa allegoria di una società aggressiva, che tende a sbranare l’avversario, a estrarre il peggio dalle persone. Isolarsi da tutto servirà davvero? E soprattutto: una volta conosciuta un’altra vita, per quanto brutale, che strada prenderà l’ormai cresciuto Spike?
Alla fine, ammetto, mi sono divertito: 1) perché gli attori sono bravi, da Alfie Williams a Jodie Comer, da Aaron Taylor-Johnson a Ralph Fiennes in partecipazione speciale; 2) perché il messaggio “politico” a suo modo arriva a segno senza rovinare lo spettacolone; 3) perché Boyle sa dosare gli ingredienti, con una certa dose di cinico umorismo, ma senza perdere di vista il senso alto della tragedia.
Michele Anselmi