L’angolo di Michele Anselmi

In un decennio Laure Calamy è diventata l’attrice più versatile, ingaggiata e premiata di Francia. Tutto merito della serie tv “Chiami il mio agente!”, nella quale si fece apprezzare come la buffa Noémie, la segretaria innamorata del capo. Da allora, era il 2015, l’attrice ha girato circa trenta tra commedie divertenti e film drammatici, trovando un apprezzabile equilibrio. Oggi, giovedì 19 giugno, esce il suo “Tutto l’amore che serve”, passato fuori concorso a Venezia 2024 e adesso nelle sale con I Wonder Pictures. Appartiene al filone “serio”, penso a “Full Time – Al cento per cento” del 2021, e certo mi auguro che, pure in questa sovrabbondanza di uscite a 3.50 euro (tra ieri e oggi nove film), la storia scritta e diretta da Anne-Sophie Bailly possa trovare una sua fetta di pubblico incuriosito.
Mona Ortiz, ovvero Calamy, è una cinquantenne divorziata che ha cresciuto da sola il figlio Joël, “ipotonico” alla nascita e colpito poi da un lieve ritardo mentale legato allo spettro autistico. “Mon inséparable” suona il titolo originale, e certo Mona, pure affaticata e sotto pressione, non può nemmeno immaginare di separarsi da lui, che ancora sogna un viaggio in Antartide per conoscere il padre scappato anni prima per la vergogna e risposatosi in Belgio. Solo che Joël s’è innamorato, ricambiato, di Océane, una ragazza con disturbi simili ai suoi, e ora lei è incinta. Che fare? Potranno mai i due ventenni crescere un figlio ed essere autonomi dai rispettivi genitori?
Attorno al concetto di «non normale», considerata dalla protagonista «una parola proibita», si srotola questo film gentile e realistico, che non indora la pillola e indaga sulla personalità di questa donna ormai sopraffatta dalle responsabilità, incapace perfino di godersi un tenero “love affair” erotico con un uomo conosciuto per caso in un omento di umanissima distrazione.
Pregiudizi sociali, senso di solitudine, voglia di fuga si mischiano in “Tutto l’amore che serve”: lo stile è severo, senza musica inutile, tutto concentrato sulle facce e le voci dei protagonisti (in versione originale con i sottotitoli è meglio). Il dilemma morale l’avrete capito: riuscirà Mona a separarsi da Joël e permettere ai due, i quali sembrano per nulla immaturi, di vivere per quanto possibile un’esistenza autonoma con il loro pargoletto?
Calamy è al solito misurata e sensibile, per nulla preoccupata di spogliarsi e di mettersi in gioco fisicamente; ma tutti gli interpreti sono bravi, credibili, a partire da Charles Peccia-Galletto e Julie Froger, i due ragazzi “disabili”, e poi Rebecca Finet e Geert Van Rampelberg, nei panni dell’altra madre e dell’amante affettuoso.
PS. Consiglio di non fare paragoni automatici con “La vita da grandi” di Greta Scarano, anche se c’è qualcosa che lega i due film.

Michele Anselmi