L’angolo di Michele Anselmi

A differenza di quanto leggo in molti appassionati articoli, io non mi sono affatto spaventato vedendo “Il mondo dietro di te” di Sam Esmail, che danno su Netflix da venerdì 8 dicembre. Mi aveva incuriosito l’idea che Barack e Michelle Obama fossero nominati sui titoli di testa alla voce “executive producers”, ma non saprei dire se come produttori esecutivi abbiano messo davvero dei soldi sul progetto (credo proprio di no) o solo il loro nome prestigioso.
Il cast è di gran rilievo, da Julia Roberts a Ethan Hawke, da Mahershala Ali a Kevin Bacon, e certo il tono, tra apocalittico e allarmante, serve a dare sostanza alla disavventura che unisce i sei personaggi principali: una famigliola bianca che ha affittato una sontuosa villa a Long Island per un fine settimana e il facoltoso proprietario nero della medesima che si presenta di notte, all’improvviso, insieme alla figlia rompiscatole.
Sin dai titoli di testa si capisce che qualcosa di strano sta accadendo attorno alla Terra, intendo sul piano dei satelliti legati alla comunicazione, e in effetti appena arrivano al mare per prendere il sole i Sandford devono fare i conti con un’enorme petroliera che s’avvicina, come senza timoniere, e infine si spiaggia nel terrore generale sollevando tonnellate di sabbia. Ed è solo l’inizio di un incubo ad occhi aperti che potremmo leggere come un monito anti-tecnocratico. Senza telefoni cellulari, Internet, Wi-Fi, social media e tecnologie varie, i quattro bianchi sembrano persi, e la tensione si sfoga contro quei due neri, ancorché benestanti, che sembrano scappare da qualcosa di terribile che è nell’aria. Molto più di un cyber-attack. Il problema è: chi sta provocando tutto questo, e perché?
Non saprei dire se il cinema un po’ inquietante di M. Night Shyalaman abbia offerto una sorta di modello a Sam Esmail, il quale s’ispira al romanzo “Leave the World Behind” di Rumaan Alam, edito in Italia da La Nave di Teseo. Certo un po’ siamo lì. Quella sontuosa “mansion” si trasforma in una prigione dorata, s’intende isolata dal mondo civile, mentre tutto attorno il mondo sta impazzendo: cervi in branchi sempre più minacciosi, fischi micidiali che martellano le orecchie, centinaia di automobili Tesla, quelle senza guidatore, che vanno a schiantarsi l’una sull’altra (sarà contento Elon Musk), insetti dalle punture micidiali, esplosioni lontane, manifestini in arabo dal cielo, aerei che cadono, echi di guerra civile, eccetera.
Misantropia e razzismo si mischiano in questa fosca allegoria sulla fine dell’Impero americano, mentre anche i denti cominciano a dingolare e il complottismo s’impossessa di un vicino bellicoso con fucile a pompa, vagamente “trumpiano”. Se piace il genere “fine del mondo per colpa nostra” (anche se un preciso colpevole pare non esserci), il film, lungo due ore e venti, potrebbe interessarvi. Io a metà, pure prima, ho smesso di crederci, perché mi pare che la storia, riempita di effetti speciali digitali per ovvi motivi, giri a vuoto, incerta tra dinamiche di coppia e minacce dal cielo, citazioni più o meno spiritose da serie tv (“West Wing”, soprattutto “Friends”) e riferimenti colti al “Diagramma di Venn”.
Julia Roberts fa l’antipatica per buona parte del film, del resto dice di “odiare la gente” e si comporta di conseguenza, ma almeno indossa l’età senza ritocchi e make-up particolari, mostrando i segni del tempo e delle rughe, ogni tanto dando la sensazione di chiedersi, come tutti gli altri interpreti: “Ma in che cavolo di film sono finita?”.

Michele Anselmi