L’angolo di Michele Anselmi
«Nessuno fa il pilota per sempre. Neanche tu» si sente dire a brutto muso il veterano Sonny Hayes, ormai ultracinquantenne. Ma noi sappiamo sin dall’inizio che quella specie di cowboy, ancora bello e audace, con esperienza da vendere e grinta da “maverick”, non si fa intimorire da nulla, neanche dagli incubi che lo riportano a un micidiale incidente del 1993, quando, sfidando il mitico Ayrton Senna, con la schiena a pezzi dovette dare l’addio alla Formula 1.
“F1. Il film”, nelle sale da mercoledì 26 giugno con Warner Bros, probabilmente deluderà i patiti del ramo che faranno le pulci alla verosimiglianza degli eventi, anche sul piano tecnico; pur non essendo esperto di Formula 1, ho notato anch’io che le gomme dell’immaginaria vettura creata dalla scuderia ApxGp sono un po’ ristrette, e infatti leggo che sono state usate macchina di Formula 2 e 3, sia pure vistosamente modificate con l’aiuto della Mercedes perché sembrassero della categoria principale.
Detto questo, tra sponsor a non finire e piloti veri nel ruolo di sé stessi, il film di Joseph Kosinski, scritto insieme a Ehren Kruger, mantiene più o meno ciò che promette, anche se le due ore e venti ogni tanto arrancano o vanno fuori giri. Illustri precedenti? “Grand Prix” del 1966 o “Rush” del 2013, per restare alla Formula 1; poi certo si possono citare, per altre categorie di corse, titoli come “Linea rossa 7000”, “Le 24 ore di Le Mans”, “Indianapolis, pista infernale”, “Giorni di tuono”, il recente “Ford vs Ferrari”.
Un tempo sarebbe stato Steve McQueen a incarnare il laconico e fascinoso Sonny Hayes; adesso invece tocca a Brad Pitt, 61enne ringiovanito un po’ per rendere il suo personaggio ancora credibile in un contesto di giovanotti baldanzosi. Appena uscito vittorioso dalle 24 ore di Daytona, categoria “endurance”, Hayes è un lupo solitario che non bada ai soldi: gira su un vecchio furgone, va dove lo chiamano, crede nelle carte da gioco e si diverte ancora a guidare per il gusto di guidare.
Un giorno lo rintraccia a sorpresa il vecchio amico di corse Ruben Cervantes, diventato il boss della ApxGp, scuderia a un passo dal fallimento perché la macchina di Formula 1 non riesce proprio a competere con le altre. Che dite: Haynes accetterà la missione impossibile, pur sapendo che c’è forsee poco da fare con quella vettura non competitiva?
Secondo un canone drammaturgico classico, il veterano, certo irriso per l’età, non ha la strada spianata: il team tecnico è sfiduciato, gli azionisti cospirano nell’ombra e il pilota di punta della casa, il giovane nero Joshua Pearce, è tanto arrogante quanto incapace. Eppure, gara dopo gara, tra cocenti sconfitte e intoppi imprevisti, la ApxGp comincia a mostrare prestazioni migliori, anche il giovanotto pare capire la lezione. Tutto si giocherà sul circuito di Abu Dhabi.
Sul piano delle riprese “F1. Il film” sfodera, a partire dall’incipit fracassone sulle note di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, quanto ci si aspetta oggi da un kolossal da 300 milioni di dollari sul campionato di Formula 1: lo spettatore avvolto dalle livree di quei bolidi, come se stesse guidando a 350 all’ora, sfidando la morte. Ma in realtà il meglio del film, pur nella schematicità delle psicologie, viene dagli scontri dialettici, da quel tono vagamente crepuscolare (occhio al finalissimo) che avvolge l’indomito Sonny alla ricerca dell’ultimo rodeo.
Il muscoloso e tatuato Pitt va sul sicuro, aiutato dal ruolo di pilota carismatico ancorché minato nel fisico; Damson Idris è l’immaturo e mammone compagno di squadra destinato a redimersi; Javier Bardem l’amico caro Ruben all’ultima spiaggia; mentre l’irlandese Kenny Gordon, che ricorderete nel bel “Gli spiriti dell’isola”, fa della progettista Kate l’elemento femminile della sarabanda. Naturalmente Lewis Hamilton ha fatto da consulente, mentre Max Verstappen e Charles Leclerc sono continuamente evocati perché tutto sembri più verosimile se non vero.
La domanda che si fanno alla Warner Bros, immagino, è abbastanza semplice: piacerà al pubblico femminile?
Michele Anselmi