L’angolo di Michele Anselmi
Giovedì 13 novembre escono nove film nelle sale italiane. Un’assurdità. Ne dovessi consigliare solo uno, be’ non avrei dubbio alcuno: “I colori del tempo” di Cédric Klapisch. Classe 1961, francese, autore di commedie come “Ognuno cerca il suo gatto” e “L’appartamento spagnolo”, Klapisch firma secondo me un film perfetto, non a caso in patria è stato un successo clamoroso, transgenerazionale, dopo il passaggio fuori concorso al festival di Cannes. Da noi me lo auguro, perché se lo merita: distribuisce la valorosa Teodora.
«Sono sempre stato ossessionato dalla Parigi di fine Ottocento. Probabilmente perché allora furono inventate così tante cose: dal treno all’elettricità, al cinema stesso» confessa il cineasta. Il quale però non fa un classico film in costume, ma sceglie, ispirandosi dichiaratamente a “Midnight in Paris”, di muoversi tra l’oggi e il 1895, dentro una specie di viaggio nel tempo che in qualche momento mischia i personaggi con effetti gustosamente paradossali, anche comici. Naturalmente bisogna crederci, senza porsi troppe domande di tipo realistico, lasciandosi catturare dal sofisticato dispositivo drammaturgico pensato da Klapisch insieme all’argentino Santiago Amigorena.
Lo spunto? Nella Parigi odierna alcuni sconosciuti, che scopriranno essere imparentati, sono convocati da un avvocato per discutere di una curiosa eredità: una casupola nelle campagne della Normandia chiusa dal 1944. L’abitazione sembra fatiscente, invece custodisce ancora oggetti, fotografie, lettere, anche un quadro non proprio brutto. Tutti sono discendenti di un’unica donna: Adèle Meunier. Analfabeta, già fidanzata e appena ventenne, nel 1895 decise di partire da sola alla volta di Parigi col suo vestitino rosso, per cercare notizie sulla madre scomparsa nel nulla.
Klapisch immagina che quattro esponenti di quella folta e inconsapevole “famiglia” siano delegati dagli altri a seguire le pratiche burocratiche della successione, ma noi sappiamo che non andrà così: il videoartista Seb, la manager Céline, l’apicultore Guy e il prof quasi pensionando Abdelkrim presto s’appassionano a quella specie di indagine sul loro passato remoto, mentre il film comincia a intrecciare le due epoche, mostrando l’arrivo nella Ville Lumière della svelta e determinata fanciulla.
«Ho sempre guardato avanti, ma ho fatto bene, stavolta, a guardare indietro» confesserà in sottofinale il giovane Seb cresciuto dal nonno affettuoso e discreto. Così la genealogia si trasforma in una molla emotiva destinata a scardinare le vite di tutti e quattro, s’intende in un girotondo di coincidenze, rivelazioni, agnizioni e sorprese che hanno a che fare con la trasmissione della memoria, anche della bellezza.
Non vorrei svelare troppo perché “I colori del tempo” è un omaggio alla grande cultura francese di fine Ottocento e insieme un marchingegno narrativo destinato a sorprendere lo spettatore, passo dopo passo. Tutto gira intorno a un piccolo quadro trovato in quella casa colonica, e solo alla fine scopriremo come e perché Adèle ricevette in regalo “Impression, soleil levant”, realizzato dal giovane Claude Monet nel 1872, osservando all’alba il porto di Le Havre. Dagli storici dell’arte è considerato l’inizio dell’Impressionismo.
Sul filo del divertimento, proprio come nella commedia di Woody Allen, personalità storiche come Sarah Bernhardt, Victor Hugo, Félix Nadar e appunto Monet si materializzano nell’affresco di Klapisch; il tutto tra omaggi a Courbet, Baudelaire, Toulouse-Lautrec e Boudin, sedute spiritiche piuttosto lisergiche e riflessioni estetiche non peregrine sulla fotografia e la pittura. Naturalmente via via ci si appassiona alle svolte emotive di tutti i personaggi: i quattro di oggi felici di sentirsi finalmente parte di una vicenda che viene da lontano; l’impavida Adèle che con tenera audacia vive la sua frastornante esperienza parigina, tra bohémienne e formativa, come un viaggio dentro sé stessa, oltre i non detti e i pregiudizi morali.
Può darsi che Klapisch e Amigorena abbiano pigiato troppe suggestioni dentro il loro viaggio nel tempo, e tuttavia, a mio parere, proprio questo gusto spumeggiante per l’eccesso cromatico e il gioco sincretistico è uno dei pregi del film, insieme a uno sguardo interessante sulla Francia odierna. “I colori del tempo” dura oltre due ore ma scorre senza che io abbia mai guardato l’orologio, grazie anche alla bella prova del nutrito cast, nel quale primeggiano Abraham Wapler, Julia Platon, Vincent Macaigne e Zinedine Soualem, Cécile de France (il 2025), Suzanne Lindon, Paul Kircher, Vassili Schneider e Sara Giraudau (il 1895).
Non sarà facile, temo, ma se lo trovate in francese con i sottotitoli il tutto suonerà parecchio meglio sul grande schermo.
Michele Anselmi