L’angolo di Michele Anselmi
Quando penso e scrivo che “Gloria!”, col punto esclamativo e non è un nome di donna da fiction Raiuno, rappresenta una corposa boccata d’aria fresca per il cinema italiano, intendo dire proprio questo. Margherita Vicario, classe 1988, musicista e cantante, ha appena portato in concorso alla Berlinese il suo film d’esordio alla regia, di cui ho parlato ampiamente due giorni fa (in fondo a queste righe il link), e nel ripensarvi ho la sensazione che finalmente stia succedendo qualcosa di bello e di nuovo. Se poi “Gloria!” piacerà anche al grande pubblico, quando uscirà l’11 aprile (troppo in là, temo), sarebbe una conferma interessante: di un talento artistico ragguardevole sul piano personale e di una certa idea fantasiosa di cinema delle donne non solo per donne.
Chi mi segue sa che non nutro gran fiducia, sul piano critico e del merito, sempre a parer mio ben inteso, nei confronti della maggior parte delle registe italiane, specie le attrici di un certo successo che sono passate dall’altra parte della cinepresa restando pure davanti per comodità o pressioni produttive.
Ieri, per dire, è uscito nelle sale “Volare” di e con Margherita Buy, una commedia che mi sembra pigra e spompata, fatta di ritagli: un pizzico di “Chiami il mio agente!”, una fobia personale che si vorrebbe degna di nota, un omaggio a “Ma che colpa abbiamo noi” di Carlo Verdone, eccetera. L’incasso del primo giorno in sala? Appena 17 mila euro in tutta Italia con 178 copie in giro. Di sicuro un po’ si riprenderà nel week-end, ma la cifra desolante dovrebbe far riflettere.
Lo so: Paola Cortellesi col suo “C’è ancora domani” ha incassato ad oggi 36 milioni di euro e rotti, superando i filmoni hollywoodiani, raggiungendo una platea vastissima, toccando il cuore di tutte le donne e molti uomini. A me il film continua a non piacere, per le ragioni che ho provato a spiegare mesi fa, ma senza alcun dubbio Cortellesi ha dimostrato di possedere intuito e capacità, anche nel trasformare in una sorta di bandiera civile universale la sua storia di cinefila ambientazione neorealista.
Ma le altre? Penso, per restare a titoli recenti, a “Dieci minuti” di Maria Sole Tognazzi, “Te l’avevo detto” di Ginevra Elkann, “La felicità” di Micaela Ramazzotti, “La Chimera” di Alice Rohrwacher, “Mi fanno male i capelli” di Roberta Torre, “Misericordia” di Emma Dante, “Chiara” di Susanna Nicchiarelli… Li ho visti tutti, talvolta con una sorta di crescente disagio, per l’esibizione di stile e la mancanza di stile, per le ambizioni esagerate e i risultati punitivi, traendo la sensazione che qualcosa si sia già inceppato nel rapporto tra queste cineaste, alcune tecnicamente brave, “da festival”, e il pubblico italiano, pure quello femminile, di riferimento immediato.
Dice: perché non parli anche degli uomini? Perché hanno sempre girato film senza particolare fatica, belli e brutti; qui m’interessa chiedermi se la “nuova onda femminile” sia davvero tale, se esista oltre le etichette giornalistiche e i premi spesso alquanto generosi.
Un tempo c’erano solo Lina Wertmüller, Liliana Cavani, Cristina e Francesca Comencini, Francesca Archibugi, Cinzia th Torrini, Wilma Labate e poche altre. Alcune di esse si sono dedicate alle miniserie per le piattaforme digitali o per la Rai, Cavani con “L’ordine del tempo” ha provato a rimettersi in gioco con risultati per me deludenti, Wertmüller è morta, altre aspettano l’occasione giusta per tornare in pista. Una nuova generazioni di registe, spesso provenienti dalla recitazione, da Valeria Bruni Tedeschi a Laura Morante, da Jasmine Trinca a Claudia Gerini, da Pilar Fogliati a Michela Cescon, s’è affacciata sulla scena italiana, ma l’unica che mi abbia convinto davvero è stata Valeria Golino, col suo “Miele” sul tema delicato del suicidio assistito, ormai di parecchi anni fa, 2013, dove peraltro non recitava.
Quindi? Quindi nulla. Mentre altrove nel mondo le cineaste hanno saputo imporsi con grinta, audacia e capacità, lavorando sui generi più diversi, certo portandovi dentro una sensibilità particolare, mi pare che in Italia, nonostante si respiri qualcosa di buono e di fattivo nell’aria, le donne facciano ancora fatica ad esprimere, con le eccezioni d’obbligo, uno stile compiuto e insieme capace di parlare a tutti.
Naturalmente mi dispiace di non aver visto il documentario di Costanza Quatriglio appena passato a Berlino, “Il cassetto segreto” dedicato al padre giornalista, ma mi pare già una buona notizia che la pattuglia italiana al festival avesse due donne in organico: appunto Quatriglio e Vicario.
Michele Anselmi