L’angolo di Michele Anselmi
Vedo “Sirāt”, che esce con Mubi giovedì 8 gennaio, e francamente non ne capisco bene il senso, a parte una battuta che dovrebbe invece spiegare tutto: «È da molto tempo che è la fine del mondo». Il film è sicuramente suggestivo, a tratti potente, ma pure schiacciato dalle ambizioni, dalle ellissi, dalle citazioni, come sotto l’influsso di un’ipnosi mistica aggiornata alla cultura dei rave. Sarò troppo vecchio per apprezzare? Può darsi.
Poi però vedo che ha vinto ex-aequo il Premio della giuria a Cannes 2025, dappertutto viene elogiato come un capolavoro assoluto, e naturalmente fanno riflettere i giudizi esaltanti di alcuni colleghi italiani che stimo. Per dire, Lorenzo Ciofani scrive: «Come fossimo in un aggiornamento di certo cinema psichedelico a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, che siano le allucinazioni del primo Barbet Schroeder o le atmosfere ipnotiche Monte Hellman, ma alla luce della spiritualità di Carl Theodor Dreyer, nume tutelare del regista». Non è da meno Gianluca Arnone: «Si pensa a Tarkovskij, certo, ma anche a Gaspar Noé, a Jodorowsky, al primo Herzog lisergico. E forse ancora di più a Maya Deren, la sacerdotessa della trance cinematografica. Laxe è vicino a loro non per estetica, ma per fede. Una fede nella potenza scatenante dell’immagine, nel potere esoterico della forma». Accidenti che paroloni, che paragoni!
Convertito all’Islam e devoto alla sapienza sufi, il regista franco-spagnolo Óliver Laxe, classe 1982, ha trovato nei fratelli Almodóvar due produttori che molto hanno creduto in lui; e naturalmente “Sirāt”, baciato da caldo successo in Spagna e Francia, non è un film convenzionale, custodisce un’idea di cinema precisa, di forte impronta spirituale, a partire dal titolo misterioso: si riferisce «al ponte sottilissimo e affilato che, nella tradizione islamica escatologica, ogni anima deve attraversare nell’aldilà per raggiungere il Paradiso, separando i giusti dai dannati». Insomma il film sarebbe metafora di un cammino spirituale, tra colpa e redenzione.
Nella prospettiva di Laxe il monolito nero della Mecca, espressamente mostrato in una scena, diventa la nuda cassa di amplificazione che nel sottofinale campeggia nel deserto africano, anzi le casse sono due, quasi fossero ante di una porta che squaderna nuove percezioni a chi le sappia cogliere (così la locandina). Un modo per tornare alla sequenza d’apertura, nella quale vediamo approntare un “array” lineare di altoparlanti, un vero e proprio muro sonoro, destinato ad animare un techno-rave nel deserto marocchino.
Lì arriva, a cavallo di una vecchia monovolume Citroën, lo spagnolo cinquantenne Luis insieme al figlio piccolo Esteban e alla cagnolina Pipa. Che ci fa in mezzo a tutti quei giovani e meno giovani che danzano per ore come in trance? Luis cerca la figlia Mar, che s’è resa irreperibile da anni ma forse potrebbe essere lì. La ragazza non c’è, e anzi arrivano dei militari che fanno sbaraccare “la festa” perché è in corso una guerra civile (sembrerebbe). Più in giù, verso la Mauritania, è previsto un altro rave, sicché Luis si associa a cinque raver, due francesi e tre spagnoli, che sfuggono al controllo dei soldati grazie ai loro attrezzati caravan da viaggio avventuroso.
Non si vedono i dervisci rotanti cari a Battiato, ma certo la musica techno firmata da Kangding Ray pulsa quasi avesse un’anima, scandendo il viaggio verso l’inferno della strana comitiva: c’è chi non ha una mano, chi non ha una gamba, chi vuole solo sballarsi. Luis no, cerca la figlia, ha una missione da compiere, è un tipo razionale; ma non tarderà a capire, a mano a mano che il paesaggio si fa sempre più minaccioso, che il destino è cieco da quelle parti e ogni sosta nasconde un’insidia mortale.
Dune mosse, piste sabbiose, montagne impervie, acqua a catinelle, sole che brucia: a tratti sembra di vedere una versione riveduta e corretta di “Vite vendute”, o se volete del remake “Il salario della paura”, ma senza una trama precisa: presto Laxe molla gli ormeggi e immerge la traversata in una dimensione allegorica dove tutto è possibile, a patto di crederci, insomma di non chiedere spiegazioni.
Lo spagnolo Sergi López, sempre più corpulento, fa di Luis un povero cristo frustato/frustrato dagli eventi: solo l’estasi, non cercata ma accettata, finirà col salvarlo. Però bisogna essere disposti a cercare il sacro in un battito di subwoofer per apprezzare davvero “Sirāt”, temo.
Michele Anselmi