L’angolo di Michele Anselmi
Fossi Vladimir Putin sarei lusingato all’idea di essere incarnato da Jude Law nel film “Il mago del Cremlino”, già in concorso alla Mostra di Venezia e da giovedì 12 febbraio nelle sale con 01 Distribution. L’attore inglese è fantastico, complice il trucco ben fatto, nel restituire sguardi, atteggiamenti, camminata, freddezza e grinta dello “zar” russo, il quale tutto sommato non esce poi così a pezzi dal ritratto che ne fa il francese Olivier Assayas, insieme a Emmanuel Carrère, partendo dal romanzo del nostro Giuliano da Empoli (Mondadori, 2022).
Dubito che il film, lungo ben 156 minuti, davvero troppi, susciti qualche rovente polemica politica, come magari qualcuno s’aspetta, anche perché chi ha letto il libro sa che da Empoli inventa un personaggio di fantasia: l’abile e riflessivo spin-doctor Vadim Baranov, in buona misura ritagliato sulla figura del vero Vladislav Surkov, oggi 61enne, ma destinato nella cine-finzione a una sorte meno rassicurante.
Si parte dal 2019. Baranov s’è ritirato a vivere in campagna con moglie e figlia, ormai non ha più potere al Cremlino, si occupa dei suoi cani e delle sue letture (il prediletto Evgenij Ivanovič Zamjatin), certo conservando uno status da ricco. Per vanità riceve un giornalista americano appena tornato a Mosca, che vuole scrivere sulla sua “sparizione” politica; da lì si diparte il fluviale flashback che riporta l’azione agli anni Novanta, quando Baranov è solo un giovane brillante e intraprendente, prima regista teatrale d’avanguardia e poi inventore di reality-show televisivi per il canale Ort.
Scrive Assayas sulle note di regia: «Come possiamo trovare la redenzione, nonostante tutto? Come riusciamo a camminare sul filo del rasoio, colpevoli e innocenti, eppure tutti tragicamente complici?». In effetti il personaggio di Baranov riassume in sé più di un dilemma morale, come s’usa dire oggi: in virtù della sua vivace intelligenza, abbandona il suo “padrino” televisivo, entra nelle grazie dell’emergente Putin dopo l’uscita di scena dell’ubriacone Eltsin e comincia a scalare le vette del potere, da vero “mago” o da novello Rasputin. Stando perlopiù nell’ombra, lui sa come creare consenso attorno al nuovo presidente che viene dal Kgb, addomestica le spinte sovversive, asseconda le smanie del nuovo capitalismo russo, colpisce gli oligarchi quando alzano troppo la testa, teorizza l’uso del kitsch come forma di comunicazione, offre uno spessore ideologico a concetti come “democrazia sovrana” e “potere verticale”.
Un torrenziale uso dell’io narrante, quello di Baranov, permette ad Assayas di riavvicinarsi al 2019 dell’incipit: e intanto abbiamo assistito, in una sorta di impetuosa carrellata storica, alla veloce ascesa di Putin, deciso a liberarsi degli avversari, in una logica sempre più totalitaria e post-comunista. Si parla della guerra in Cecenia, dell’inabissamento del sottomarino Kursk, del suicidio sospetto dell’esule di lusso Boris Berezovskij, delle mani russe sulla Crimea e il Donbass, dei Giochi olimpici invernali di Soči nel 2014, eccetera.
Nel film Baranov plasma la nuova Russia putiniana confondendo volentieri i confini tra menzogna, realismo e manipolazione, quasi fosse un gioco intellettualmente ardito, almeno fino a quando, con l’aiuto della bella e ribelle Ksenia, non perviene alla decisione di farsi di parte. Ma ci si può fare da parte nella Russia di Putin?
Paul Dano è bravo nel restituire, anche fisicamente, la “giusta distanza” che il consigliere speciale dello zar applica al suo agire politico: mai sopra le righe o fanatico, lambito da una persistente malinconia, colpevole e complice ma pure riluttante e perplesso; Alicia Vikander fa Ksenia nelle sue molteplici trasformazioni di look; Jeffrey Wright è il giornalista americano che profetizza «di solito in Russia le cose vanno bene, ma se vanno male, vanno davvero male»; di Jude Law ho già detto.
Resta una perplessità di fondo, forse senza alternativa: il film, battente nazionalità francese e in Italia targato Rai Cinema, è girato in inglese con attori non russi, il che crea un effetto artificioso, a tratti un po’ fasullo, s’intende a vederlo in versione originale con i sottotitoli. Un tempo non ci si faceva caso, adesso sì. Alla fine, perlomeno in questo caso, il doppiaggio migliora le cose.
Michele Anselmi