L’angolo di Michele Anselmi
Benché interessante, non si può dire che il punto di vista adottato da Giulio Base con il suo nuovo film, “Il Vangelo di Giuda”, sia del tutto originale. Già nel 1988 Paolo Benvenuti, ateo e comunista ma affascinato dalla lettura dei Vangeli, sulla base di un libro di Mario Brelich intitolato “L’opera del tradimento” raccontò nel suo “Il bacio di Giuda” una storia simile. L’Iscariota non come un condensato di avida malvagità, un traditore puro da associare a Lucifero nel dantesco “Inferno”, bensì un elemento cruciale, anzi necessario, affinché si compia il sacrificio del Messia, nei modi più esemplari e tragici, alla vigilia della Pasqua. Uno strumento consapevole, forse l’amico più vero di Gesù, il discepolo al quale non a caso erano stati affidati i denari necessari alla sopravvivenza della piccola comunità di apostoli.
D’altra parte Base questo ha appena detto a Paola Casella per “La Lettura”: «Il tradimento non è la colonna vertebrale della storia di Giuda. Semmai è il coraggio di fare ciò che Gesù gli ha ordinato e di essere l’unico degli apostoli a morire con lui: Gesù crocifisso, Giuda impiccato».
Passato in anteprima allo scorso festival di Locarno, “Il Vangelo di Giuda” esce nelle sale giovedì 2 aprile, targato Filmclub Distribuzione, Minerva Pictures, Agnus Dei e Rai Cinema. Non saprei dire se troverà un suo pubblico, ma bisogna riconoscere al cineasta e attore torinese un certo gusto per la sfida estetica, dentro percorsi non prevedibili o banali. Base, classe 1964, cattolico praticante ed esperto di teologia, racconta di aver compulsato un’ottantina di testi sulla figura di Giuda, durante il Covid, prima di dedicarsi alla stesura del copione.
Il risultato è appunto questo film di 95 minuti, girato in Calabria con «un budget medio-piccolo» (parole sue), partendo da due innegabili trovate di regia: Giuda non si vede mai in faccia, il racconto è una sorta di «soggettiva libera e indiretta» per citare Pasolini; e non ci sono dialoghi, se non qualche parola in aramaico, perché il racconto degli eventi, a partire dalla nascita di Giuda, è affidato alla voce calma e senile di Giancarlo Giannini. Il tutto in 32 mm, per offrire una visione nitida, «la più vicina allo sguardo umano» spiega Base.
Se Benvenuti, girando nella sua Toscana, fece di Gesù un profeta severo, tagliente, fisicamente distante dall’iconografia classica, Base invece recupera del Messia un’immagine quasi pittorica, intendo capelli, barba, occhi, trovando nell’esordiente Vincenzo Galluzzo il suo protagonista. Lo vediamo vestito di bianco, in chiara contrapposizione al Giuda infagottato in una tunica nera con cappuccio, e incuriosisce sapere che è lo stesso Base a “controfigurarlo” senza appunto mai apparire o recitare.
Giuda è nome equivalente al nostro Diotallevi, ovvero un orfano nato in un bordello, presto allevato alla violenza e al sesso, abile alla lettura, diventato ricco ma capace infine di rispondere all’invito di Gesù: «Lascia tutto e seguimi». Diventerà uno dei dodici apostoli scelti dal Figlio dell’Uomo per diffondere il proprio messaggio, quasi tutti pescatori a parte lui e Matteo.
Base rivela di aver messo qualcosa di sé in questo Giuda in bilico tra libero arbitrio e predestinazione divina. Confessa «Ho praticato tutti i vizi tranne uno, la lussuria: ne ho veduta e venduta troppa» e allo stesso tempo avverte che il disegno messianico ha bisogno del suo apporto cruciale, quasi in un rapporto pedagogico, perché Gesù possa essere arrestato, seviziato, crocifisso e infine risorgere.
Sul piano dello stile, il film non cerca la verosimiglianza realistica: è aperto e chiuso da un’aggressiva musica rock; un’aria fricchettona alla Woodstock circonda il peregrinare degli apostoli e delle loro donne; i costumi, le facce e i corpi femminili del bordello rimandano un’audacia impensabile per l’epoca; la Calabria, un po’ come fu la Basilicata di Pasolini, offre un contesto rurale e architettonico quasi astratto, mai aspro o desertico. Qui si muovono, nei fatti senza parlare, i suoi attori, anche di un certo nome internazionale: da Paz Vega a Rupert Everett, da John Savage a Darko Perić, da Abel Ferrara a Tomasz Kot, rispettivamente nei ruoli di Maria, Caifa, Giuseppe, Simone, Erode e Pietro.
Riecheggia naturalmente la frase evangelica più nota: «Quello che devi fare, fallo subito!», ma inserita in un contesto dal vago sapore rosselliniano, immaginando io che Base sia un estimatore della gran serie televisiva Rai “Atti degli apostoli” (1969).
Michele Anselmi