L’angolo di Michele Anselmi

Ho una passione per François Ozon e il suo meditato eclettismo. Fa un film all’anno e nessuno è simile al precedente. Così dopo “Sotto le foglie” ecco, archiviato il passaggio in concorso alla Mostra di Venezia 2025, “Lo straniero” tratto dal romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1942: nelle sale dal 2 aprile targato Bim e Lucky Red.
Scommessa impegnativa, specie per un regista francese, ma lui spiega: «Il mio interesse per quel capolavoro della letteratura era più forte delle mie apprensioni, così mi ci sono buttato con una certa leggerezza». Giusto approccio.
Già il nostro Luchino Visconti si cimentò con “Lo straniero”, girando una poco memorabile versione nel 1967, con Marcello Mastroianni protagonista; direi che il racconto sia più nelle corde di Ozon, il quale adotta un rigoroso bianco e nero e ingaggia attori poco noti, a partire da Benjamin Voisin e Rebecca Marder.
Siamo ad Algeri, nel 1938, la Francia tutto comanda anche se ci sono sentimenti di rivolta nell’aria. Il trentenne Arthur Meursault è un impiegato scrupoloso e tranquillo, anche un bell’uomo che piace alle donne. Ma nulla sembra scuoterlo da un’insinuante indifferenza esistenziale.
Muore la madre, ricoverata in un pensionato, e lui partecipa al funerale senza versare una lacrima, disinteressato al lutto; si fidanza con la collega Marie, sensuale e innamorata, però presto la snobba, come se niente lo prendesse davvero; infine, in una giornata torrida, spara in riva al mare ben cinque colpi di pistola a un giovane arabo che poco prima aveva avuto un alterco con il suo amico Raymond Sintès, un tipo poco di buono. Arthur rischia la condanna a morte per ghigliottina, e tuttavia anche il processo pare scivolargli addosso. La sua apatia è esistenziale, non spiega perché ha ucciso, non vuole essere consolato dal prete in carcere, anzi Dio, per lui ateo, è solo «una perdita di tempo».
Lungo due ore, il film è elegante nella forma ed enigmatico nell’andamento, io l’ho trovato un po’ tedioso, ma forse bisogna rileggere (o leggere) il gran libro di Camus, seguirò il consiglio del collega e prof Roberto Escobar che invece molto ha amato il film di Ozon, per apprezzarlo nella giusta misura.
«Mamma lo ripeteva spesso, non si è mai del tutto infelici»: è questa, forse, una delle frasi-chiave del film, la pronuncia proprio Meursault, quasi a dribblare ogni spiegazione razionale o psicologica, del suo gesto omicida, infine del suo comportamento durante il processo dalla sicura condanna.
A occhio però – il mio giudizio è altamente personale – Ozon ha fatto di meglio nella sua brillante e non convenzionale carriera.

Michele Anselmi