L’angolo di Michele Anselmi

Peccato che esca solo ora, sette mesi dopo il debutto alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti (meritava il concorso, a mio parere), sicché non potrà concorrere ai David di Donatello, dove avrebbe potuto, forse, rimpolpare il versante femminile. Da oggi giovedì 9 aprile nelle sale, targato Lucky Red e Nefertiti Film, “Un anno di scuola” di Laura Samani è una riuscita. Consiglio di vederlo, caldamente, superando qualche eventuale titubanza. Non siamo dalle parti di “Notte prima degli esami”. Alla base c’è il racconto omonimo scritto nel 1929 dal triestino Giani Stuparich, che consiglio di leggere. Il sempre rimpianto italo-sloveno Franco Giraldi ne trasse un bel film televisivo nel 1977, posticipando gli eventi al 1913, rispetto al 1909, quasi ad evocare l’incipiente Prima guerra mondiale.
Ho ancora negli occhi il volto, i gesti e gli abiti di Laura Lenzi, l’attrice che interpretò Edda Marty, l’unica giovane donna in una classe tutta maschile di ginnasio. Una ragazza ribelle, libera ed anticonformista, in contrasto con il suo ambiente familiare provinciale e un po’ gretto.
Samani, già regista di “Piccolo corpo”, anni 36, nel riprendere le pagine di Stuparich compie una scelta audace: trasporta l’azione quasi un secolo dopo. Siamo sempre a Trieste, ma nel 2007, e si parla di una diciottenne svedese, detta Fred, arrivata in città, insieme al padre manager “tagliatore di teste”, per frequentare l’ultimo anno in un Istituto Tecnico, il “Marie Curie”. Si ritrova ad essere l’unica femmina in una classe di soli maschi e catalizza l’attenzione di tutti, in particolare quella di tre amici per la pelle: l’introverso Giorgio Antero, l’irrequieto Aldo Pasini, il casinaro Mitis. Ognuno essi la desidera segretamente, specie Antero che riuscirà ad amarla ed essere amata; Fred vuole essere ammessa nel gruppo coeso di maschi, ma le viene chiesto continuamente di sacrificare qualcosa di sé per diventare una di loro.
Parlato in inglese, italiano e dialetto triestino (all’inizio lei, piovuta da Stoccolma, si ritrova spaesata linguisticamente in quel contesto), il film è un sensibile e acuto cine-romanzo di formazione che non tradisce lo scritto originale ma l’aggiorna – certo un po’ bisogna crederci – a un anno cruciale. Appunto il 2007: Facebook in Italia, il primo IPhone, il disastro bancario nato negli Usa, l’entrata della Slovenia nel Trattato di Schengen, che permise ai triestini di passare il confine senza più mostrare i documenti (c’è una sequenza in merito).
Samani adatta con Elisa Dondi i fatti novecenteschi senza perdere di vista una certa dimensione universale. Come una mela che fa maturare i kiwi ancora duri e asprigni, Fred attraversa con passo deciso la città narrata da Saba, Svevo, Stuparich, Magris e tanti altri; la fanciulla è bella, sensuale, tosta, spregiudicata, ma anche lei, di fronte a una scritta infamante comparsa sul muro della scuola, infine vacillerà, sentendosi di nuovo estranea.
Teorizza la regista, e credo che abbia ragione: «Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili – nella loro conformazione, andatura e abbigliamento – trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro».
I quattro protagonisti sono tutti esordienti, come segnala una scritta sui titoli di testa: Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno. Bravi e naturali, come se portassero in scena sé stessi, ma noi sappiamo che non è mai così: dipende dalla mano del/della regista. Occhio alla bella canzone dei titoli di coda, merita: trattasi di “Più niente” dei Prozac rifatta da Elisa e Gian Maria Accusani.

Michele Anselmi