L’angolo di Michele Anselmi 

Il sottotitolo, “Quasi una fiaba”, mi pare piuttosto pleonastico. Non parla di magia bensì di scienza, sia pure in chiave allegorica, il film di finzione della 57enne regista esordiente Lucia Calamaro, stimata nel mondo del teatro ma approdata al cinema di recente scrivendo “Follemente” di Paolo Genovese. Dopo un passaggio promozionale al Bif&st di Bari, “Antartica. Quasi una fiaba” – il titolo inizialmente scelto mi pare fosse “Permafrost” – esce giovedì 7 maggio nelle sale con Vision Distribution, coproducono Wildside e Indigo Film, quando farà già caldo, anche se la storia si svolge a non so quanti gradi sottozero, in una piccola base scientifica italiano nel bel mezzo dell’Antartico. Il suo nome è “Sidera”, plurale latino del sostantivo “sidus, sideris”, che significa letteralmente astro, stella, costellazione, ma anche, in senso poetico, desiderio.
Non pensate a una roba horror tipo “La Cosa” di John Carpenter, anche perché la vicenda, scritta dalla regista con Marco Pettenello, vira, appunto, verso una sorta di meditazione intimista sul senso della vita, della ricerca, della paternità, della longevità. Al comando del vecchio capomissione Fulvio, dalla salute periclitante, i nove ricercatori accolgono con sospetto la criogenetista e glacialista Maria appena arrivata dall’Italia. Una tipa cocciuta e geniale alla quale piace isolarsi, presa dalle sue ricerche sui “rotiferi”, microrganismi forse vecchi di secoli contenuti nel ghiaccio raccolto in lunghi cilindri.
Nella base si respira uno strano clima: c’è chi vuole andarsene, chi vorrebbe innamorarsi, chi, come Fulvio, deve fare i conti con Roma che taglia i fondi o cerca sponsor asiatici per mettere a frutto una scoperta forse rivoluzionaria che riguarda una speciale membrana utile a una possibile pratica di ibernazione dei corpi umani.
Tartarughine da esperimento, felpe e maglioni di strani tessuti blu per dare un’idea di fantascienza ravvicinata, pesanti tute rosse per camminare all’esterno, cibo respingente, stanze spoglie e citazioni da Stanisław Jerzy Lec per insaporire il tutto, “Antartica. Quasi una fiaba” è un film tanto ambizioso quanto irrisolto.
Non è una questione di impianto teatrale, quello va benissimo. È che tutti recitano visibilmente troppo, facendo le facce e le mosse, da Silvio Orlando a Barbara Ronchi, da Enrico Borello a Valentina Bellè, da Simone Liberati a Lorenzo Balducci (forse il migliore in campo). D’accordo, l’idea è chiara: la base antartica come microcosmo umano che riassume la complessità di una più ampia comunità umana; ma è come se la regista, certo colta e avveduta, suggerisse allo spettatore, a ogni sequenza: «Attenzione, caduta metafore!».

Michele Anselmi