L’angolo di Michele Anselmi
«Questo non è il reparto “rosa” di Senigallia» gridano al nuovo arrivato, l’ispettore Michele Nobili, che viene da lì, benché romano. Strano, essendo io nato nella cittadina marchigiana, ho sempre pensato che l’ex VII Reparto Celere di Senigallia, oggi XIV, fosse considerato tra quelli duri, da impegnare in situazioni rischiose per l’ordine pubblico, per nulla “rosa”; a quanto pare non è così, nulla in confronto al Reparto Mobile di Roma.
Da ieri, su Netflix, c’è la miniserie “ACAB”, figliata, dodici anni dopo, dall’omonimo film di Stefano Sollima con Filippo Nigro, Pierfrancesco Favino e Marco Giallini. Dei tre è rimasto solo Giallini, ovvero il sovrintende Ivano Valenti, per tutti “Mazinga”, uno scorticato dalla vita anche per via del figlio che non gli parla. Per il resto gli interpreti sono tutti nuovi, a partire dal co-protagonista Adriano Giannini, in cabina di regia adesso c’è il bravo Michele Alhaique, produce invece ancora Cattleya.
Magari non tutti lo sanno: l’acronimo anglofono nel titolo sta per “All the Cops Are Bastards”, ovvero tutti i poliziotti sono bastardi, certo dal punto di vista di chi si se li trova davanti in assetto antisommossa. Scritta a dieci mani da Carlo Bonini, Filippo Gravino, Elisa Dondi, Luca Giordano e Bernardo Pellegrini, la serie è composta da sei episodi di circa 50 minuti l’uno, e certo incuriosisce che arrivi sulla piattaforma nei giorni in cui il governo “law and order” di Meloni sta pensando a una sorta di scudo penale per le forze dell’ordine (Dio voglia che non accada).
Un po’ come nel film di Sollima, l’atmosfera è torva, livida, un po’ rugginosa, vige lo spirito di corpo, le esistenze singole sono allo sbando, insomma, come spiegano gli autori, «i poliziotti si trovano prigionieri di esistenze bipolari, dominate dal paradosso per cui per ristabilire l’ordine contro il caos sono chiamati ad utilizzare strumenti e metodi che mettono continuamente alla prova le leggi e la morale».
Infatti “Mazinga” e i suoi sono nel mirino della Digos e di un magistrato torinese: durante una missione in Val di Susa contro i no-Tav qualcuno della III Squadra ha ridotto in coma un giovane manifestate, anzi una «zecca», per vendetta contro chi aveva quasi ammazzato il comandante, poi finito sulla sedia a rotelle; e ora c’è da capire chi è stato, perché la body-cam non era in funzione, perché gli sfollagente sono stati poi immersi nella varecchina…
Questo lo spunto, abbastanza delicato coi tempi che corrono, ma è anche vero che “ACAB”, il cui titolo internazionale recita “Public Disorder”, gioca con gli stereotipi del genere e insieme ambisce a offrire un ritratto plausibile della vita di questi moderni “gladiatori”. Non a caso sentiamo dire, a un certo punto: «Sappiamo bene che esistono due polizie: quella di Stato e quella del governo». Naturalmente il gruppo coeso, nel quale c’è anche una donna tosta, mal digerisce l’arrivo di Michele Nobili, quello di Senigallia, un po’ perché considerato «un infame», un po’ perché tende a evitare lo scontro nelle piazze, a non far degenerare il clima, magari sbagliando (succede con una masnada di tifosi inglesi).
Non c’è solo testosterone a palla in questa serie scritta con una certa cura, immagino anche per equilibrare i punti di vista e mantenersi in bilico tra realismo estremo e ritratto esistenziale, razzismo latente e senso dello Stato, rabbia diffusa e ragioni politiche. Insomma per non apparire “di destra”.
Di Giallini s’è detto, qui per fortuna non rifà il vicequestore Rocco Schiavone, ma bisbiglia, sussurra, impasta le parole, insomma non si capisce quasi nulla di ciò che dice (succede spesso nelle fiction italiane); Giannini è il ruvido antagonista alle prese con un grosso guaio familiare; Valentina Bellè la poliziotta e madre con una storia dolorosa alle spalle; Pierluigi Gigante lo sbroccato della situazione, un ex soldato con senso di colpa che vuole solo picchiare e combattere. Io ho visto tre puntate su sei, e pare di capire che la storia si farà sempre più calda, spero avvincente.
PS. La serie è dedicata a Gianluca “Bomba” Bombardone: non un poliziotto, bensì un operatore cinematografico morto nel giugno scorso, a 44 anni, mentre stava lavorando a Stintino.
Michele Anselmi