L’angolo di Michele Anselmi
Il titolo francese recita “Partir un jour”, che è concetto diverso rispetto a quello italiano, diventato “Allora balliamo”. E tuttavia, a pensarci bene, vanno bene entrambi. Il film d’esordio della 41enne Amélie Bonnin, che prende spunto da un cortometraggio del 2021 ampiamente rimaneggiato a partire dal sesso del protagonista, ora una donna, esce nelle sale oggi con Fandango dopo l’anteprima di qualche mese fa al barese Bif&st.
“Allora balliamo” è un film sensibile, anche audace, di quelli che nessun produttore italiano mai finanzierebbe. Infatti è una specie di musical, dove gli attori all’improvviso si mettono a cantare per poi tornare a parlare e poi a ricantare. Genere rischioso, proprio oggi esce anche “Il bacio della donna ragno”, ma Bonnin sa gestire il tutto con mano sicura e senso dello spettacolo, dentro una chiave realistica, trovando in Juliette Armanet una protagonista perfetta.
La storia in poche parole? L’apprezzata chef quarantenne Cécile sta per coronare il suo sogno: aprire a Parigi un ristorante di gran qualità insieme al fidanzato. Ma s’è appena scoperta incinta, e non ci voleva; come se non bastasse, le arriva la notizia che il padre ha avuto un nuovo infarto. Così parte controvoglia alla volta della campagna, dove i suoi genitori gestiscono una trattoria per camionisti, “L’escale” ovvero “Lo scalo”.
Un classico: approdata in città per lasciarsi alle spalle la provincia, Cécile fa pace un po’ alla volta con quel suo pezzo di vita messo da parte per anni, incontra un suo lontano fidanzato che forse le piace ancora e intanto deve capire che cosa fare della gravidanza.
«Partir un jour, sans retour» recita il primo verso della canzone che dà il titolo originale del film, lanciata nel 1996 dal trio francese 2Be3 (tutte le canzoni, non originali, sono state riarrangiate per l’occasione). Ma qui, nel bell’epilogo “aperto”, assume un significato più intenso, esistenziale.
Canta bene Juliette Armanet, una di quelle attrici dal volto e dal corpo normali, insomma senza ritocchi plastici e make-up pesante, che il cinema francese usa volentieri. Dice la regista a proposito della sua Cécile: «Ciò che mi interessava era proprio coglierla in quel preciso momento della vita, perché a quarant’ anni si ha una maturità che non si possiede a venti o trenta. In un certo senso, tutto si drammatizza. Lo stesso vale sul piano professionale: in teoria è un’età in cui si può avere una posizione più solida e stabile. Ma se si comincia a dubitare, allora la posta in gioco è molto più alta».
Tutto ciò il film lo spiega con osservazioni acute, e certo è una bella trovata drammaturgica ambientare il cuore della storia nella trattoria per camionisti dove Cécile è cresciuta accanto al padre cuoco e alla madre che serviva in sala. «Un luogo vivace, rumoroso, proletario, lontano dall’atmosfera ovattata dei ristoranti parigini» spiega Bonnin. Una scelta che fa la differenza, anche sul piano sociale e antropologico, rispetto a tanti film visti sul mondo degli chef stellati.
Michele Anselmi