Curry Barker arriva al cinema con “Obsession” dopo un percorso su YouTube, e forse è proprio questa origine a renderlo così libero di sperimentare, così crudelmente sincero, persino nelle sue imperfezioni. Non è un classico film di possessione demoniaca: è un racconto sul controllo, sul desiderio maschile che diventa dominio, sull’ossessione che divora chi la prova e chi la subisce.
Prodotto con un budget di soli 750.000 dollari e uscito nelle sale americane il 15 maggio 2026, “Obsession” mette in scena un amore tossico attraversato da un tocco di soprannaturale e da una sottile ironia che arriva proprio nei momenti di massima tensione. È l’horror della generazione Z: non più le paure “classiche”, ma quelle quotidiane, intime, che si insinuano nelle relazioni. La paura del rifiuto, il bisogno di essere desiderati a ogni costo, fino a trasformare l’altro in un oggetto da possedere.
La vicenda ruota attorno a un gruppo di amici che lavora in un Music Store, luogo dove si consuma la fragilità emotiva di Beear (Michael Johnston), incapace di dichiararsi e intrappolato in un desiderio che chiede scorciatoie. Un gesto impulsivo, un desiderio espresso, quasi per gioco altera gli equilibri: non tanto perché “la magia funziona”, quanto perché rivela quanto poco basti a incrinare la volontà dell’altro.
Barker non insiste sul meccanismo narrativo dell’incantesimo: preferisce mostrare come Beear, pur avendo più volte la possibilità di interrompere l’incantesimo, scelga di non farlo. Non perché sia impossibilitato, ma perché non vuole rinunciare alla sua ossessione. Barker costruisce così un protagonista che non è vittima della magia, ma del proprio bisogno di controllo.
Nikki (Inde Navarrette) è spesso ripresa in ombra, come se vivesse ai margini della propria stessa presenza. Il terrore che attraversa “Obsession” non è quello del jumpscare, ce n’è uno solo, volutamente isolato ma quello psicologico, prolungato, che in termini clinici si colloca fuori dalla “finestra di tolleranza”, la zona in cui il corpo riesce a gestire le emozioni. Qui il terrore è continuo, e il corpo non può difendersi: Nikki scivola in un congelamento emotivo, incapace di reagire.
La verità più crudele del film è che Beear non ha mai voluto davvero Nikki: ha voluto la sua attenzione, l’idea che si era costruito di lei, la proiezione di un amore che non esiste. Ed è proprio questo il vero horror che Barker mette in scena: l’ossessione che sostituisce il sentimento, il desiderio che diventa possesso, la fantasia che cancella la persona reale.

Ludovica Saliceti