L’angolo di Michele Anselmi

Magari sarebbe stato meglio puntare sul titolo italiano “Amore a Mumbai”, lasciando sotto quello originale in inglese, che recita più poeticamente “All We Imagine As Light” (tutto ciò che immaginiamo sia luce). In ogni caso, locandina a parte, raccomando caldamente di vedere questo film indiano, ma realizzato con capitali europei, che esce nelle sale domani, giovedì 10 ottobre, con Europictures, sempre benemerita per le scelte che fa.
Non sorprende che l’India abbia designato per l’Oscar un altro titolo, perché “Amore a Mumbai”, nonostante abbia vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes 2024, sembra poco in linea con il cinema che si fa da quelle parti: merito della regista trentottenne Payal Kapadia, capace di muoversi armoniosamente tra denso realismo e affondi onirici, offrendo un interessante spaccato della condizione femminile.
“È inutile, Anu, non puoi sfuggire al tuo destino” scandisce l’esperta infermiera Prabha, reparto ginecologico, alla sua giovane collega che divide con lei un piccolo appartamento a Mumbai (ex Bombay). Anu s’è innamorata di un ragazzo musulmano, Shiaz, il che suona già scandaloso; ma soprattutto vuole sottrarsi al matrimonio combinato deciso dalla famiglia indù.
Prabha sa quel che dice: anni prima dovette sposare, senza amarlo, un uomo quasi subito trasferitosi in Germania, per fare l’operaio. Quel marito non si fa sentire da anni, ma all’improvviso arriva per Prabha un pacco, contenete un costoso bollitore per riso, senza un biglietto o un saluto. Poi c’è Parvaty, un’infermiera più anziana, sfrattata da casa dopo una ventina d’anni, schiacciata dalla burocrazia ma decisa a dare battaglia in una specie di sindacato.
Il film è piuttosto audace rispetto agli standard indiani: Anu mostra il seno davanti allo specchio, Prabha viene ripresa mentre fa pipì nel bosco col sedere scoperto, c’è anche una scena di sesso abbastanza esplicita, sia pure riscattata da uno sguardo complice e tenero insieme.
Che cosa vuole dirci la regista? Che a Mumbai “anche se vivi nelle fogne la rabbia non ti è concessa”, che “conviene abituarsi alla precarietà”, soprattutto che per sopravvivere in quella metropoli, così ricca e misera insieme, “bisogna credere nelle illusioni, altrimenti si impazzisce”. Ma lo sguardo sulla città è uno spunto per parlare di queste donne, specialmente di Prabha e Anu: l’una rassegnata e l’altra ribelle, l’una spaventata dalla corte gentile di un medico che vorrebbe trovare in lei un motivo per restare, l’altra decisa ad assecondare l’amore e la passione per il riccioluto coetaneo musulmano.
Non saprei dire se ci siano davvero echi di Jane Austen, Raymond Carver e Italo Calvino nel racconto di Kapadia, come pure ho letto; ma so che nell’ultima parte, ambientata nel quieto villaggio di pescatori dove le tre donne approdano per una piccola vacanza, il film cambia registro. Lontane dalla pazza folla, trovano la forza di lasciarsi andare, di sentirsi davvero artefici del proprio destino (in sottofinale c’è una sequenza misteriosa e allusiva, di intensa bellezza, aperta a ogni interpretazione).
Le intense Kani Kusruti, Divya Prabha e Chhaya Kadani incarnano rispettivamente Prabha, Anu e Parvaty; e come al solito il doppiaggio italiano, per quanto onesto, non rende giustizia alle loro voci originali, alla loro lingua hindi.

Michele Anselmi