L’angolo di Michele Anselmi
Qualche giorno fa ho parlato su Facebook della formidabile scena d’amore, di sesso se preferite, che chiude la prima puntata di “Dieci Capodanni”. Volevo solo far notare la differenza, in materia, con un film italiano che sta per uscire, “FolleMente” di Paolo Genovese, e vedo che in parecchi mi hanno dato ragione (altri naturalmente no). Ma poi, preso della vicenda narrata dallo spagnolo Rodrigo Sorogoyan, quello di “As Bestas”, ho voluto subito vedere gli altri nove episodi: li danno in esclusiva su RaiPlay.
Ebbene vi ho trovato un’idea di cinema che molto mi piace. Dentro c’è tutto ciò che, di solito, latita nei nostri film e nelle nostre serie: ossia la capacità di rendere naturale, come rubata alla vita e tuttavia romanzata, una materia emotiva di sapore universale: un amore di coppia, travagliato e infinito, seguito nel corso di un decennio. Come? Raccontando, a partire dal 2015, dieci momenti cruciali della vita di Óscar e Ana, l’uno nato il 31 dicembre del 1985, l’altra il 1° gennaio del medesimo anno: ovvero i loro Capodanni (ora la fine, ora l’inizio).
Lo so, alcuni telespettatori si sono annoiati, c’è addirittura chi ha annunciato pubblicamente su Fb di mollare il tutto con la quinta puntata; per non dire di chi ha accusato la serie di essere una specie di furbesco pornosoft (?) pensato per abbindolare gli spettatori con il sesso. Mi chiedo che cosa abbiano visto: le scene di sesso sono tre in tutto, forse quattro, e non c’è proprio nulla di pornografico, semmai una rappresentazione realistica, poco “all’italiana”, del bollente desiderio erotico tra due trentenni che strada facendo diventeranno quarantenni.
Sorogoyen firma la sceneggiatura insieme a due donne, Sara Cano e Paula Fabra, e mi pare indiscutibile il loro apporto creativo, specie nella definizione delle dinamiche femminili e non solo. «Il nostro obiettivo era rappresentare la realtà della crescita e del cambiamento. Le riprese in ordine cronologico hanno permesso agli attori di immergersi completamente nei loro ruoli, rendendo autentico il viaggio dei personaggi» ha spiegato il regista, che non firma tutti gli episodi.
In effetti Francesco Carril e Iria Del Río sono davvero perfetti nei rispettivi ruoli di Óscar e Ana: così veri, credibili, intonati fisicamente e vocalmente alle strettoie della storia narrata, capaci di spogliarsi e rivestirsi senza ipocrisie, anche di “invecchiare” con pochi ma decisivi tocchi (la barba o i baffi, il taglio dei capelli, qualche filatura grigia che compare).
So bene che “Dieci Capodanni”, ma il titolo originale recita “Los años nuevos”, usa a prima vista una formula non proprio originale. Anzi, proprio due registi italiani, Gianluca Maria Tavarelli e Valerio Mieli, anticiparono questa scansione del racconto con i loro pregevoli “Un amore” e “Dieci inverni”; ma, in tutta onestà, dubito che Sorogoyan abbia copiato, anche perché qui siamo di fronte a un metraggio ben più impegnativo: circa 500 minuti di spettacolo, suddivisi appunto in dieci capitoli. Ciascuno profondamente diverso dall’altro, perché quei Capodanni procedono per ellissi, eludono spiegazioni inutili, mettendo ogni volta lo spettatore di fronte a una situazione nuova, spesso sorprendente.
I due, lei barista con la passione per la cucina, lui medico ospedaliero squattrinato, si conoscono per caso il 31 dicembre del 2015, si amano, vanno a vivere insieme bruciando i tempi, si mollano malamente dopo un viaggio a Berlino, provano a formare nuove coppie, debbono affrontare il Covid, Ana diventa addirittura madre di un bambino avuto da un francese, e tuttavia qualcosa di molto profondo sembra unirli, tra lutti e cambiamenti, scenate e riappacificazioni, fino alla cruciale puntata finale.
Certo, “Dieci Capodanni” utilizza anche le cosiddette parti noiose della vita, le chiacchiere del cenone in famiglia o le confessioni sempre rinviate, ma all’interno di una drammaturgia accorta, a mio parere finissima, dove nulla è casuale e la tensione è sempre nell’aria, pure quando gli attori sembrano improvvisare spiati da una cinepresa mobile, mai invadente (con un omaggio forse a “Harry, ti presento Sally…” nella scelta di fotografare di fronte, silenti, le varie coppie di cui si parla).
Anche se arrivo buon ultimo, consiglio caldamente di vedere “Dieci Capodanni”: senza impazienza, lasciandosi andare al flusso degli eventi, se capita rispecchiandosi nelle contorte conseguenze dell’amore. Soprattutto evitando la versione doppiata in italiano: quella in spagnolo con i sottotitoli ha tutto un altro sapore, credetemi.
Michele Anselmi