L’angolo di Michele Anselmi
Volendo, “September 5 – La diretta che cambiò la storia” può essere visto oggi come il tragico antefatto di “Munich”, il celebre film del 2005. Se l’americano Steven Spielberg raccontò la chirurgica caccia alle menti del blitz palestinese contro la squadra israeliana durante le Olimpiadi del 1972, lo svizzero Tim Fehlbaum, classe 1982, si concentra, appunto, sulla straordinaria, pure controversa, diretta televisiva che riuscirono a mettere insieme i giornalisti del network americano Abc, raggiungendo ben 900 milioni di persone.
“September 5”, nelle sale da giovedì 13 febbraio con Eagle Pictures nel bel mezzo del festival di Sanremo, rievoca quelle ore concitate, durante le quali tutti furono presi di sorpresa, a partire dalle autorità tedesche, ignave e responsabili di errori clamorosi che costarono infine la vita a undici atleti ebrei, cinque terroristi arabi e a un poliziotto. Correttamente da un lato il film esalta un certo giornalismo televisivo pronto a scattare di fronte all’emergenza clamorosa e dall’altro ne restituisce contraddizioni, sviste e cantonate nel culto dello scoop assoluto.
Quel 5 settembre di cinquantadue anni fa tutto sembrava tranquillo nel gigantesco villaggio olimpico di Monaco: il nuotatore americano Mark Spitz, peraltro ebreo, era l’eroe incontrastato dei Giochi e nella redazione di Abc Sports qualcuno era andato a dormire in vista delle gare del giorno dopo. Ma all’improvviso echeggiarono alcuni spari, colpi di Kalashnikov, e fu subito chiaro che non erano fuochi d’artificio.
«Voglio caffè, aspirine e lista delle fasce orarie del satellite» ordina ai suoi redattori Roone Arledge, il gran capo di Abc Sports, svegliato dal suo braccio destro, l’executive producer Geoffrey Mason. Comincia così la “maratona” che permise al network concorrente di Cbs di resocontare ora per ora quanto stava accadendo. Due atleti israeliani furono subito eliminati, uno riuscì a scappare, gli altri nove furono sequestrati dai terroristi mascherati di Settembre Nero e tutto finì malissimo, con una carneficina nella base aerea di Fürstenfeldbruck, dove i tedeschi provarono a liberare gli israeliani sbagliando tutto.
Pur girato a basso costo, il film restituisce con notevole cura ambientazione, colori, abiti, acconciature, dotazioni tecniche, lasciando alle vere immagini di allora il compito di “spiegare” il senso di quella diretta televisiva tempestata di voci incontrollate e smentite ufficiali; ma certo il cuore del racconto riguarda il piccolo team di giornalisti, tra i quali l’unica traduttrice tedesca a disposizione (possibile?), alle prese con quell’evento di ardua gestione, tra caccia alle notizie e fughe in avanti, formule ipocrite del tipo «Stando a quello che dicono» e furbizie del mestiere in qualche caso destinate a peggiorare le cose. «Questa non è una gara. Attendo la conferma sugli ostaggi liberi» sentiamo infatti scandire da Arledge, quando uno strano ottimismo, presto smentito, si diffonderà nell’aria.
L’effetto generale è interessante, adrenalinico, claustrofobico, anche se non saprei dire quanto coinvolgente. Sarà anche che il doppiaggio italiano non aiuta granché rispetto alle voci originali, però gli interpreti sono funzionali all’atmosfera evocata: da Peter Sarsgaard a John Magano, da Ben Chaplin a Leonie Benesch che fu l’insegnante in crisi del pregevole “La sala professori”.
Michele Anselmi