La Mostra di Michele Anselmi | 7
Due anni dopo “Il signore delle formiche”, Gianni Amelio torna in concorso alla Mostra di Venezia con “Campo di battaglia”: e se l’altra volta era il processo allo scrittore comunista/omosessuale Aldo Braibanti, svoltosi nel 1968, ad animare il film, adesso il regista calabrese va ancora più indietro nel tempo, concentrandosi sul 1918, “l’anno della vittoria”, come recita una scritta dal sapore tragicamente ironico.
La Prima guerra mondiale non è argomento facile da trattare, benché un recente film tedesco per Netflix, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, abbia riacceso i riflettori del cinema su quella storica carneficina che spianò la strada al fascismo e al nazismo. Amelio, partendo da un libro di Carlo Patriarca intitolato “La sfida” (Neri Pozza), isola una vicenda a tre, optando per un punto di vista particolare, poco indagato, intendo rispetto a titoli come “Orizzonti di gloria”, “Uomini contro” o “Torneranno i prati”.
I protagonisti sono medici, due uomini e una donna, che furono amici, studiarono insieme all’università e ora svolgono ruoli diversi in un ospedale dalle parti del Trentino, a ridosso del fronte. Stefano, capitano zelante e di buona famiglia, con un futuro in politica, rispedisce appena può in battaglia i soldati feriti, specie i simulatori che si sono procurati da soli ferite e mutilazioni nella speranza di essere esonerati. Giulio, tenente veneto e mite, per nulla incline alla retorica patriottica, già biologo brillante, invece sfida la legge marziale e la determinazione del collega-sbirro “aggravando” apposta le ferite dei fantaccini, onde salvare le loro vite e rispedirli a casa (per questo viene chiamato “La mano santa”). Poi c’è Anna, che fu amata da entrambi, ma, essendo donna, ha dovuto ripiegare in un ruolo da infermiera per rendersi utile.
Lo schema sembra classico: il cattivo/guerrafondaio, il buono/pacifista e la bella fanciulla contesa dai due maschi. Ma Amelio, autore del copione con Alberto Taraglio, enuncia e insieme smentisce, facendo affiorare strada facendo le contraddizioni, anche morali, dei tre personaggi rispetto all’immane carneficina. Ieri come oggi nel mondo. Sta qui, a mio parere, la profondità dello sguardo: che si nutre di quelle carni martoriate e purulente, in battaglia o per autolesionismo, al fine di offrire un racconto sfaccettato sulle logiche illogiche della guerra, tra eroismo e furbizia, disumanità e abdicazione, soldati devastati nel corpo e “scemi di guerra”.
“Chi arriva qui può essere un valoroso o un vigliacco. Il primo autolesionista doveva essere giustiziato sul posto” scandisce Stefano sotto i suoi baffetti da primo della classe. E una fucilazione arriverà, “per dare l’esempio”: tanto inutile quanto ingiusta. Ma il peggio deve ancora arrivare, sotto forma di “Spagnola”, la micidiale pandemia che colpirà soldati e civili, moltiplicando il massacro (e qui Amelio allude esplicitamente, in una scena o due, agli scenari recenti del Covid, alla ricerca di una soluzione scientifica).
Girato al risparmio ma accurato nella ricostruzione, il film non mostra battaglie e trincee, non ci sono scene di massa, se non una lunga colonna di camion e truppe avvilite in ritirata; così le sale dell’ospedale militare diventano teatro di una guerra, a suo modo psicologica oltre che ideologica, tra i due medici, diversi per indole e propensioni. In mezzo ci sono le vittime, i sacrificabili, soldati analfabeti, perlopiù ventenni o meno, venuti da ogni parte d’Italia, con i loro dialetti stretti incomprensibili agli ufficiali, eppure capaci di capirsi con uno sguardo: siciliani, campani, molisani, calabresi, marchigiani, piemontesi, romagnoli… (giusto l’uso dei sottotitoli).
I notevoli Alessandro Borghi, Gabriel Montesi e Federica Rosellini incarnano Giulio, Stefano e Anna, ciascuno caratterizzando anche fisicamente, con gesti e toni di voce, i rispettivi personaggi. La dialettica è interessante, vien da pensare al film-testamento di William Friedkin, “L’ammutinamento del Caine: Corte Marziale”, passato proprio l’anno scorso qui al Lido; nel senso che Amelio, più sobrio che in passato nel dosare la musica di Franco Piersanti, mette a fuoco sia l’atteggiamento tronfio dei generali sia la scaltrezza proletaria dei soldati, lasciando che sotto divampi la battaglia tra i due dottori amici-nemici, ben fotografata da Luan Amelio Ujkaj.
Prodotto da Marco Bellocchio, Beppe Caschetto e Rai Cinema, il film esce quasi subito nelle sale: il 5 settembre con 01 Distribution. Consiglio di andare a vederlo.
Michele Anselmi