“Caracas” di Marco D’Amore rimanda al libro “Napoli ferrovia” di Ermanno Rea, ma non ne è un calco. Né pretende di esserlo. Quando, dopo anni lontano da Napoli, lo scrittore Giordano Fonte (alter ego dello stesso Rea) torna, la città lo infastidisce. Il richiamo della sua terra è stato fastidiosamente impossibile da ignorare, ma la repulsione che prova verso essa è tale da farlo sentire un estraneo, un reietto. Si ripromette di non scrivere più, crede di non aver fatto altro che parlare di Napoli per tutta la vita e ormai sente di non avere più nulla da dire: salvare e salvarsi da quella mecca di contraddizioni che è da sempre il capoluogo partenopeo è cosa impossibile; o almeno questo è ciò che crede fino a quando non resta intrappolato in una Napoli che non conosce, che anzi non esisteva proprio ai suoi tempi, e che incrocia soltanto grazie a Caracas: un naziskin spericolato in procinto di convertirsi all’Islam per provare a trovare una pace tanto agognata, ma sfuggente.
I due non potrebbero essere più diversi, sono agli antipodi per stile di vita, fede religiosa e politica, eppure entrambi ad un certo punto della narrazione si riconoscono nell’altro: cercano un angolo di terra in cui sentirsi a casa, una comunità, un obiettivo (ad esempio aiutare gli ultimi, gli sconfitti poiché in primis loro si sentono tali). Sono figli diversissimi della stessa madre, Partenope, la grande protagonista di questo film.
La città lascia vagare i suoi figli verso le proprie scelte, limitandosi ad osservarli nell’ombra. Ha un qualcosa di onirico, cambia spesso volto, eppure resta sempre uguale. È un girone dantesco che attraversi ma ti inghiotte; cerchi di capirla, ma non puoi farlo a pieno (un po’ come questa storia). La ami, la odi, ma certo non può esserti indifferente. È un mondo nel mondo, città nella città, è Napoli, ma anche qualsiasi altro posto in cui sembra poterci essere una rivoluzione, ma non avviene mai.
Il grande interrogativo dell’intera pellicola ruota attorno al rapporto tra Giordano e Caracas: I due si conoscono davvero, o Giordano è così ossessionato da questa storia (che pare scrivere quasi contro la sua stessa volontà) da immaginarsi tutto? E se fosse invece lo stesso scrittore ad essere stato in gioventù Caracas?
Questo film non è leggero o semplice, il ritmo che scandisce gli eventi è frammentario e ci si perde tra miraggi, deliri onirici e salti dimensionali che appesantiscono la visione. Tutto resta sospeso fra reale e immaginario, fra interpretativo e fattuale e l’intera comprensione della vicenda viene perciò affidata alle persone in sala che ben presto però si rendono conto che il film potrebbe essere tutto o nulla e che Caracas potrebbe essere chiunque, nessuno o anche tutti noi.

Camilla Golia