Per decenni, la critica più austera lo ha etichettato come un “corruttore” del cinema d’autore europeo, colpevole di aver importato lo spettacolarismo hollywoodiano tra i boulevard parigini. Eppure, ridurre Luc Besson a un semplice esteta dell’azione significa perdere di vista la complessità di un autore che ha saputo fondere l’esistenzialismo con il dinamismo pop. Con il suo nuovo saggio edito da Shatter, Mirko Tommasi compie un’operazione ambiziosa: mappare l’intera parabola bessoniana, dagli esordi sperimentali fino alle più recenti visioni di Dracula – l’amore perduto (2025). Non si tratta solo di una cronistoria di successi come Léon o Il quinto elemento, ma di un’indagine profonda su cosa significhi essere un “regista totale” oggi. Attraverso la conversazione che segue, Tommasi ci guida alla scoperta del Besson segreto: quello dei videoclip, della pubblicità e del genio produttivo di EuropaCorp, smontando pezzo dopo pezzo il pregiudizio della “forma senza sostanza” per rivelare il cuore filosofico di un visionario solitario.

Con “Cinéma Besson – Guida all’opera di Luc Besson”, ora in libreria per Shatter, analizzi per intero l’opera di Besson, arrivando fino a “Dracula – l’amore perduto” (2025). Qual è stata la sfida principale nel mappare una carriera così densa e in continua evoluzione, e cosa emerge dall’analisi della sua intera parabola che magari sfugge a chi si limita a ricordare solo i “cult” degli anni Novanta come “Léon” o “Il quinto elemento”?
Mirko Tommasi: La sfida principale è stata quella di voler confutare il pregiudizio vigente in seno a certa critica secondo cui Besson sarebbe in realtà un regista tutto forma e sostanza, colpevole di aver sporcato il cinema francese con lo spettacolarismo americano. Dall’analisi della sua attività emerge invece come Besson sia riuscito a creare un cinema che sì allieta superficialmente lo sguardo ma pone anche domande profonde sull’esistenza.

Besson è spesso descritto come un ponte tra l’intellettualismo francese e lo spettacolo hollywoodiano. Nel capitolo dedicato agli “Elementi di regia”, quali sono i tratti distintivi che hai individuato come puramente “bessoniani”? In altre parole, qual è il segreto tecnico dietro la sua capacità di rendere iconici i suoi personaggi senza sacrificare l’azione pura?
M.T.: Il segreto sta appunto nel tratteggiare dei personaggi cher risultino interessanti sotto il profilo intellettuale e umano inserendoli opportunamente in un contesto di cinema di evasione, così da creare dei film che facciano pensare divertendo.

Il tuo libro dedica sezioni specifiche alla pubblicità e ai videoclip, ambiti che spesso la critica cinematografica “seria” tende a snobbare o considerare marginali. Perché, nel caso di Besson, queste esperienze sono fondamentali per comprenderne l’estetica? In che modo la sua audacia in questi formati brevi ha influenzato il suo modo di fare grande cinema?
M.T.: Besson è un regista “totale” nel senso che considera il cinema non come medium singolo ma come parte di un’idea di arte visiva globale. Ogni singolo medium che utilizza (film, spot, videoclip) porta addosso i segni di questa visione ampia di arte cinematografica e tende ad influenzare inevitabilmente gli altri.

Oltre al Besson regista, c’è il Besson produttore (con la sua EuropaCorp) che ha letteralmente inventato un genere di action europeo esportabile in tutto il mondo. Besson è più un visionario solitario o un vero e proprio “costruttore” di un nuovo sistema cinema?
M.T.: Besson è un visionario solitario che è riuscito a costruire un nuovo sistema cinema.