La Mostra di Michele Anselmi | 14

“Io divido gli uomini in due categorie: quelli che vogliono restare nella fica e quelli che vogliono uscire dalla fica”. Certe battute scritte da Pietro Castellitto sono come incise nel marmo: guai a prenderle sottogamba o alla stregua di puttanate. Sto scherzando, naturalmente. Al suo secondo film da regista, dopo “I predatori” del 2020 che tanto piacque a Venezia Orizzonti e fu ricoperto di Nastri d’argento e David di Donatello alla voce “miglior esordio”, l’illustre figlio di Sergio Castellitto arriva in concorso alla Mostra con “Enea”, e naturalmente il titolo del personaggio non è scelto a caso. Leggo infatti: “Enea rincorre il mito che porta nel nome: lo fa per sentirsi vivo in un’epoca morta e decadente”. Di nuovo c’è da riflettere.

Prodotto da Lorenzo Mieli e Luca Guadagnino con Vision Distribution, “Enea” moltiplica, a mio parere, i difetti del primo film, nel senso che ci sono molti più soldi e le ambizioni sono triplicate. Dicono che il 31enne attore e regista sia il beniamino di un certo pubblico giovanile romano, bene esprimerebbe la condizione umana dei suoi coetanei, spero non tutti: tra sfrontatezza e nichilismo, sentenziosità e cinismo, audacia e sarcasmo. “Il percorso clannico”, cioè legato al clan (cito un’altra battuta), salverebbe l’agonizzante famiglia altoborghese, altrimenti “tenuta insieme solo dai rimorsi”. Che ci sia un po’ di autobiografia, visto che nel film recitano anche il padre Sergio e il fratello Cesare?

Enea gestisce un costoso ristorante di sushi ai Parioli. È ricco, piace alle donne, adora rischiare, anzi: vincere. D’intesa con l’amico storico Valentino, che ha appena preso il diploma da aviatore e nutre aspirazioni da cantante, il giovanotto entra in un pericoloso giro di cocaina. Un carico di 30 chilogrammi, per un valore di 20 milioni di euro. Ma qualcosa va storto, due killer in motocicletta cominciano a sparare e si capisce subito che il potente giornalista Oreste Dicembre, una specie di Mino Pecorelli dei giorni nostri, appena accolto con tutti gli onori nell’esclusivo “Tevere Country Club”, c’entra parecchio con la partita di droga.

Castellitto sostiene di aver fatto “un film di gangster senza la parte gangster, una storia di genere senza il genere”. Un po’ è così. La cornice sul narcotraffico è solo uno spunto per inscenare il vitalismo estremo, a suo modo autodistruttivo, senza mire di potere, dei due amici. Specialmente Enea, cresciuto negli agi di una famiglia ormai disfunzionale (padre psichiatra con rabbia trattenuta, madre conduttrice frustrata, fratello complessato), racchiude lo spirito del tempo. Non sarà facile per lui evadere, grazie all’amore, da un destino che pare già scritto.

Dura quasi due ore “Enea”, e certo Castellitto, che si ritaglia per sé il ruolo eponimo, divaga parecchio, procedendo per accumulazione un po’ tossica: droni che scendono in picchiata sui personaggi, feste dionisiache da “grande bruttezza”, discoteche fumose e ville sontuose, un cuoco asiatico che mette il bigolo nella bocca dei salmoni prima di cucinarli, una specie di 11 settembre, espressioni e battutacce da “dialetto & castigo”, canzoni evergreen come “Spiagge” di Renato Zero e “Bandiera gialla” di Gianni Pettenati. Nel cast, oltre ai tre Castellitto, ci sono Benedetta Porcaroli, Giorgio Quarzo Guarascio e Chiara Noschese, mentre il presidente del circolo per “happy few” è interpretato, immagino in amicizia, dal noto giornalista Malcom Pagani.

Anche “OcchioPinocchio” del povero Francesco Nuti nacque con ambizioni simili, ma “Enea”, già circonfuso da una piccola aura di capolavoro, piacerà sicuramente di più.

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Decisamente da prendere più sul serio il secondo film odierno del concorso, ovvero il polacco “Zielona Granica”, scritto e diretto da Agnieszka Holland. La regista 75enne, giustamente molto arrabbiata con il suo presidente Andrzej Duda, mette lo sdegno civile al servizio di una storia aspra e dura, a tratti insostenibile per ciò che mostra, ambientata nell’ottobre del 2021 in quel “confine verde” e paludoso tra Polonia e Bielorussia. Dove a migliaia, per stenti, malattie e percosse, sono morti e continuano a morire i rifugiati siriani e afghani, ma non solo, volati fino a Minsk nella speranza di trovare scampo in Europa.

Un po’ come succede sul fronte africano in “Io Capitano” di Garrone che passa domani, il viaggio della speranza si trasforma presto in incubo torvo, disperato. La Bielorussia di Lukashenko li spedisce in Polonia, la Polonia di Duda li rispedisce in Bielorussia, e intanto questo immondo andirivieni di poveri cristi affamati e assetati lascia spazio ai peggiori commerci.

Il film di Holland, girato in bianco e nero con la collaborazione di due colleghe polacche, isola tre situazioni destinate a intrecciarsi: i punti di vista di una famiglia siriana, di un giovane militare di confine con moglie al nono mese, di una psichiatra vedova che si associa a un gruppo di attivisti intenti a curare e rifocillare gli sventurati. Confesso che il realismo è da pugno nello stomaco, talvolta verrebbe voglia di chiudere gli occhi di fronte a tanta violenza insensata, ma bene ha fatto Movies Ispired a comprarlo per l’Italia.

La denuncia del razzismo polacco e dell’ipocrisia europea arriva al cuore, sia pure con qualche sottolineatura di troppo, specie nell’epilogo ambientato nel 2022, subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. La tesi? La Polonia ha accolto 2 milioni di ucraini senza battere ciglio, considerandoli “simili” antropologicamente; mentre invece “i negretti” (cito dal film) continuano ad essere vessati, torturati, lasciati morire nel fango.

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Dispiace che sia stato piazzato fuori concorso (ma perché?) uno dei migliori film passati fino ad ora alla Mostra: “Hit Man” dell’americano Richard Linklater. Tra l’altro avrebbe benissimo fatto il paio con “The Killer” di David Fincher, come due variazioni sullo stesso tema. “State per vedere una storia quasi vera” annuncia una scritta scherzosa sui titoli di testa. In effetti è ispirato a una vicenda texana risalente a una ventina d’anni fa, anche se il regista e il suo sceneggiatore/attore Glen Powell trasportano il tutto a New Orleans.

“Hit Man” significa sicario, assassino a contratto, e Gary Johnson tale appare ai clienti che lo ingaggiano per far fuori qualcuno o qualcuna. Solo che il bel quarantenne insegna all’università, è uomo pacifico, anche un po’ insignificante. Il lavoro da killer è part-time, per conto della polizia: lui si finge esecutore prezzolato, con tanto di microfono sotto la camicia e camuffamenti fantasiosi, in modo da far arrestare chi progetta il crimine.

Ma Gary non ha fatto i conti con la strepitosa Madison, che da committente convinta a non far ammazzare l’ex marito diventerà la sua amante segreta, credendolo lo spietato Ron, e a quel punto tutto si complicherà.

“Hit Man” è scritto magistralmente, trapunto di battute brillanti e svolte cesellate al millimetro, in un clima da commedia buffa, intinta nell’umorismo nero. “Scegliete l’identità che volete per voi” è il consiglio finale, in linea con l’andamento sbarazzino del film, quasi una parodia involontaria di “The Killer” nonché un felice esempio di cinema sofisticato e popolare insieme. Glen Powell è strepitoso nei panni del finto killer (assomiglia al giovane William Hurt), Adria Arjona, che fa Madison, è la temibile donna che tutti vorremmo conoscere.

Michele Anselmi