La Mostra di Michele Anselmi | 15

Appena qualche giorno fa ha fatto discutere la storia di Cheikh Lo, il 57enne ambulante senegalese, padre e già nonno, che d’estate vende la sua merce sul Lido di Spina, non lontano da Ferrara, fornendo a tutti lo scontrino fiscale. L’Italia gli piace, ma prima o poi tornerà dalla sua famiglia in Senegal. Com’è giusto che sia.

Viene da pensare un po’ a Cheikh Lo vedendo “Io Capitano”, il nuovo film di Matteo Garrone in concorso alla Mostra e dal 7 settembre nelle sale italiane con Rai Cinema, che pure coproduce insieme al regista oggi 54enne. Il quale, bisogna riconoscerlo, non fa mai lo stesso film e anzi si diverte ogni volta a cambiare registro, stile, punti di vista, stile. Penso, solo per dire gli ultimi, a “Dogman” e “Pinocchio”. Non fa eccezione “Io Capitano”, il cui titolo è spiegato perfino dal trailer, e non capisco perché: avrei mantenuto un po’ di mistero, perché quelle due paroline condensano nel finalissimo un significato alto, anche fortemente simbolico, etico.

Scritto a otto mani dal regista con Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri, il film è un’avventura itinerante, picaresca, s’intende con traversata finale, a suo modo la versione tragica di “Tolo Tolo” senza Checco Zalone. Il tutto dal punto di vista del sedicenne Seydou, che sembra il più immaturo e fragile dei due giovani migranti in fuga, l’altro si chiama Moussa. Eppure il fabbro, scampato per miracolo alla morte, li aveva avvertiti: “Fa freddo in Europa e la gente dorme per strada”.

Infatti presto rimpiangeranno di essere partiti, lasciando una Dakar alquanto oleografica (balli per strada, senso della comunità, sguardi felici): 100 dollari se ne vanno per i passaporti falsi, altri 50 vanno pagati alla polizia di frontiera, altri 800 serviranno per attraversare il deserto su pick-up scalcinati. Ed è solo l’inizio di un incubo: tra torture, umiliazioni, sfruttamento, fino all’avventuroso approdo a Tripoli nella speranza di imbarcarsi per Lampedusa.

Garrone applica uno sguardo realistico, duro, al viaggio verso un benessere  inesistente, anche se in due occasioni libera una sorta di immaginazione onirica e fiabesca per esorcizzare l’abominio (meglio non rivelare). Per il resto sta addosso alle facce e ai corpi dei due sventurati adolescenti, sempre più laceri, smarriti, male in arnese. Però Seydou non si rassegna, e la sua tigna farà di lui, contro tutto e tutti, un giovane uomo da ammirare, a suo modo un eroe.

Lungo due ore, girato tra Senegal, Marocco e Italia, benissimo fotografato da Paolo Carnera e scandito dalle musiche un po’ elettro/african di Andrea Farri, “Io Capitano” estrae il meglio dai due giovani attori protagonisti, Seydou Sarr e Moustapha Fall (quasi non sembrano recitare e mi auguro che non vengano doppiati in italiano), attorniati da un folto gruppo di interpreti variamente africani. Gli episodi narrati sono presi da storie vere di ragazzi sopravvissuti a quell’odissea e quindi bisogna crederci, orrori indicibili inclusi.

Resta però, a fine film, una sensazione di incompiutezza, con sequenze di intensa suggestione visiva ed episodi un po’ divaganti, pur nella pietas che Garrone esercita nei confronti di quei disperati: vittime di un turpe schiavismo, incastrati in un disumano “sistema” di rapina costante. Magari senza volerlo il film sembra suggerire: “Ma perché partite se questo è ciò che vi aspetta?”.

Ho visto una ragazza piangere a dirotto uscendo dalla proiezione mattutina per la stampa. Era sinceramente toccata, commossa. Ma, senza nulla togliere a “Io Capitano”, sullo stesso tema tragico dell’immigrazione qui al Lido s’è appena visto “Green Border” di Agnieszka Holland: nel paragone inevitabile, francamente, Garrone un po’ ci rimette.

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Vero: è didascalico e retorico, troppo lungo, magari non meritava il concorso, eppure “Origin”, il film di Ava DuVernay, sfodera motivi di interesse, direi più per ciò che racconta che per come lo racconta. Nelle giornate di “Green Border” e “Io Capitano” non stona, anche se sento già le proteste dei cinefili. DeVernay è afroamericana, classe 1972, qualcuno ricorderà il suo onesto “Selma – La marcia per la libertà”. Qui prende spunto da un fortunato saggio della scrittrice/giornalista Isabel Wilkerson, pubblicato nel 2020 durante la presidenza Trump, che si chiama “Caste. The Origins of Our Discontents”, non tradotto in Italia.

La tesi del libro è sostanzialmente questa: il razzismo nei confronti delle minoranze non sarebbe una questione di “razza e colore”, bensì di caste: una sistematica distruzione, anzi disumanizzazione, dei gruppi oppressi, realizzata attraverso una lucida deformazione di alcune caratteristiche antropologiche. Vale in India per la casta dei Dalit, considerati “intoccabili” nella scala sociale per le attività impure e umilissime chiamati a svolgere; vale per quanto fece la Germania nazista nei confronti degli ebrei, programmandone lo sterminio totale; vale per lo schiavismo e la segregazione ai danni dei neri praticati negli Stati Uniti d’America. In tutti e tre i casi l’endogamia, ovvero la rigida prescrizione che impone di contrarre matrimonio all’interno del proprio gruppo sociale, avrebbe bloccato una possibile evoluzione dei costumi e delle libertà.

Non saprei dire se sia vero, ci sto riflettendo, ma “Origin” questo sostiene, in buona misura legando la teoria suddetta alla morte violenta del giovane nero Travjon Martin, avvenuta in Florida nel 2012. La sua colpa? Girava “con fare sospetto” in un quartiere di bianchi con felpa e cappuccio in testa, dopo aver fatto la spesa.

Il film, ambientato tra il 2012 e il 2020, mette al centro della storia la figura di Isabel Wilkerson, già premio Pulitzer, la cui vita viene funestata da lutti ravvicinati: il marito bianco, la mamma e la cugina nere. Vorrebbero che scrivesse di Travjon Martin in una prospettiva di delitto razziale, ma lei replica all’editore: “Io non scrivo domande, scrivo risposte”. E la risposta sarà una sofferta indagine, con viaggi in Germania e India, alla ricerca di indizi in grado di suffragare l’intuizione sulla logica perversa delle caste.

Incarnata da Aunjanie Ellis-Taylor, la scrittrice si muove tra flashback storici e patimenti personali in un tripudio di musica melodrammatica, approdando a una semplice consapevolezza: “La casta è ovunque, ma invisibile”. Dunque: anche se non siamo colpevoli di nulla, tutti siamo chiamati a vigilare, a denunciare nuove forme di esclusione. Per la cronaca, Ava DuVernay è la prima regista afroamericana in concorso alla Mostra di Venezia.

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Dura solo 88 minuti e mi pare già esso un pregio. Tra i fuori concorso promossi da Barbera nella fascia A c’è il franco-belga “Vivants” di Alix Delaporte, la quale ha riversato alcune esperienze autobiografiche da fotoreporter in questa storia ambientata in un prestigioso network di informazione, con sede all’ombra della Tour Eiffel. Il tutto dal punto di vista della tosta Gabrielle, una stagista che arriva in redazione nella distrazione più totale dei presenti, nonostante buon curriculum, e rischia di essere subito liquidata se non facesse colpo sul maturo caporedattore Vincent.

Il network è in calo d’ascolti, la chiusura forse è alle porte, ma tutti ci danno sotto per tirare fuori l’inchiesta migliore, l’esclusiva scottante. Avrete capito che Gabrielle, tosta e duttile, anche carina, riesce a farsi benvolere da tutti nel giro di poco tempo, e a quel punto potrebbe nascere qualcosa (gli sguardi sono sempre più eloquenti) con Vincent, padre di due ragazzini e marito separati.

Chiacchiere in redazione, concitazione e telefoni che squillano, un cameramen ferito durante una missione in Medio Oriente, il reportage da un ospedale a corto di fondi, anche una giraffa nel cuore di Parigi liberata da tosti animalisti vegani, frasi come: “Non siamo mai in vacanza”. Il film è verosimile nella ricostruzione d’ambiente, ma non lascia granché. Però Alice Isaaz è un volto che non si dimentica e Roschdy Zem è sempre bravo, dovunque lo metti.

Michele Anselmi