La Mostra di Michele Anselmi | 13

“Se trovassi soldi in Islanda andrei a girare un film pure lì” scherza ma non troppo Woody Allen, 87 anni, da tempo ostracizzato in patria; infatti questo nuovo “Coup de chance” l’ha realizzato a Parigi con attori francesi che recitano nella loro lingua. Eppure il festival di Cannes non l’ha voluto, sicché Alberto Barbera ha fatto benissimo a prenderlo alla Mostra, fuori concorso, in attesa che esca sotto Natale con Lucky Red. Dico subito che mi pare una riuscita. Il regista newyorkese, a tre anni dal cinefilo “Rifkin’s Festival” girato in Spagna, invecchia magnificamente. D’altro canto la Francia molto gli addice sul piano dell’ambientazione, a differenza dell’Italia, e questa “opus n. 50” conferma la sua vitalità creativa.

Siamo, per schematizzare, tra “Matchpoint” e “Scoop”, con qualcosa dell’insuperabile “Crimini & misfatti”. Certo Allen non si distacca dallo stile, diretto e spiritoso, di una leggerezza quasi mozartiana, senza più ambizioni bergmaniane, messo a punto nel tempo. Se non cambiano i consueti caratteri tipografici dei titoli di testa, cambia invece la musica: stavolta non risuonano classici del jazz di New Orleans bensì un brano del pianista Herbie Hancock (se qualcuno conosce il titolo me lo segnali), più moderno e allusivo.

“Coup de chance”, ovvero colpo di fortuna, entra subito nel vivo. Per strada la trentenne Fanny, impiegata in una prestigiosa casa d’aste, viene riconosciuta da Alain, suo antico compagno di liceo e sfortunato spasimante. Lei ha sposato con un facoltoso faccendiere il cui mestiere è “fare arricchire gli altri” e anche sé stesso; lui, scrittore sfortunato con un divorzio alle spalle, vive un po’ da bohémien in una mansarda. L’incontro casuale si trasforma subito in un amore clandestino, intenso e appagante, ma Fanny pare incapace di gestirlo, infatti il marito Louis, un autentico “pescecane” dai tratti infantili sotto i modi educati, sente crescere le corna e correrà ai ripari alla sua maniera feroce, nella speranza di eliminare il problema.

Il film parte come una lieve commedia sentimentale sul tradimento e presto si trasforma, come solo Allen sa fare, in una storia di vendetta, anche piuttosto torva e immorale, sia pure col sorriso sulle labbra.

“La fortuna non esiste: si provoca” teorizza Louis, s’intende allergico alle sconfitte e uomo senza scrupoli che si sente artefice del proprio destino e di quello altrui. Ma anche i colpi di fortuna vanno e vengono…

Illuminata senza virtuosismi da Vittorio Storaro, la commedia gialla è squisitamente recitata, con qualche inattesa coloritura rohmeriana nei dialoghi, da attori transalpini: Lou de Laâge fa l’elegante Fanny, Niels Schneider il sensibile Alain, Melvil Poupaud il mefistofelico Louis, Valérie Lemercier la suocera dal fiuto fino. Il tutto dura 96 minuti: misura aurea.

Dice Allen nelle interviste: “Con la morte c’è poco da fare, è una brutta storia. Non esiste una vera via d’uscita: scienza, filosofia e ironia non bastano. Alla fine del film invito a non pensarci troppo, forse la cosa migliore da fare”. E già.

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Mi pare invece una delusione “Priscilla” di Sofia Coppola, uno dei due film in concorso della giornata. Era tra i più attesi della Mostra e di sicuro troverà i suoi estimatori; ma la cineasta italo-americana, a partire da “Lost in Translation”, ha fatto molto di meglio nella sua carriera.

La donna del titolo è Priscilla Beaulieu, oggi nota come Priscilla Presley. Aveva solo 14 anni quando fu notata da Elvis, in Germania per onorare il servizio militare, durante una festa. Era il 1959. Lui, già una star planetaria, tornò a Memphis nella villona in stile ante-bellum chiamata “Graceland”; lei, ancora minorenne, solo tre anni dopo, ormai diciassettenne, riuscì a raggiungere il suo “fidanzato” per vivere come reclusa in quella residenza di lusso.

Piccola di statura e fisicamente tornita, anche un po’ “lolitesca”, Priscilla accettò quello strano ménage un po’ asessuale, per lei frustrante, in attesa di poter amare Elvis alla luce del sole: i due si sposarono il 1° maggio del 1967, nove mesi dopo nacque Lisa, nel febbraio del 1972 la coppia si separò.

Il cotonato film ha un andamento tra cupo e soffocante, nel senso che Coppola ricostruisce il versante pubblico di quel legame per molti versi scandaloso e insieme ne evidenzia le incrinature private, sempre più dolorose: sul set di “Viva Las Vegas” Elvis se la fa con Ann-Margret, al ritorno a casa evita di toccare la fidanzata e si dà a forsennate letture di “filosofia” orientale, infine diventa manesco e assente, a seconda dell’umore e delle pillole ingurgitate.

L’idea del film è raccontare “il lato nascosto di un grande mito americano”, ma su Elvis – a suo modo emblematica tragedia americana – il cinema ha scavato a fondo e poco aggiunge “Priscilla” con i suoi 110 minuti. Ma c’è una scena mica male: quando le suore si fanno fotografare accanto ad Elvis nel suo massimo fulgore fisico e una di esse scandisce: “Che il signore sia con te e con le tue anche”. Non male per uno che era chiamato “Elvis the Pelvis”.

Cailee Spaeny (150 cm) mi pare troppo bassa e Jacom Elordi (196 cm) troppo alto nei rispettivi ruoli di Priscilla e Elvis, ma il problema del film non sta nella statura degli attori. Trovo loffia la drammaturgia, sfocata la messa in scena, anche se sarà tutto vero ciò che si racconta, essendo il copione tratto dal libro autobiografico “Elvis and Me” della stessa Priscilla Presley. Il film uscirà in Italia con Vision Distribution.

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Sarà di sicuro la stanchezza di metà Mostra, ma il giapponese “Aku Wa Sonzai Shinai”, titolo internazionale “Evis Does Not Exist”, mi ha messo duramente alla prova. L’ha scritto e diretto il 45enne Ryūsuke Hamaguchi e certo in concorso ci sta, data la scarsezza di film asiatici. Ma che fatica arrivare alla fine, dopo 106 minuti. L’argomento è nobile, l’andamento inerte.

La piccola e laboriosa comunista agreste di Mizubiki, non lontano da Tokyo, è in allarme: da quelle parti nascerà un “glamping”, cioè un campeggio di lusso, e naturalmente, a partire dalla programmata fossa settica, tutti temono che l’equilibrio ecologico sarà stravolto dalla speculazione. Il “tuttofare” Takumi e la figlia Hana vivono al margine del bosco in quieta armonia con la natura circostante, e intanto sentiamo minacciosi colpi di fucile: sono cacciatori che uccidono cervi. Due giovani funzionari dell’azienda costruttrice paiono turbati dalle argomentazioni dei locali, ma avranno la forza per cambiare il corso delle cose?

Nato come materiale visivo da applicare alle musiche della compositrice Eiko Ishibashi, il film è il trionfo dei tempi morti: lunghe riprese del cielo dal cuore della foresta; Takumi che taglia la legna, un ciocco alla volta, e poi trasporta il tutto su una carriola e poi fuma; l’acqua cristallina di fonte che scorre, viene imbottigliata e trasportata, eccetera. Nel finale accade qualcosa di tragico che non dirò e forse neanche bene si capisce. Distribuirà la Teodora Film: auguri.

Michele Anselmi