E se l’essere umano potesse vivere più di 100 anni? È quanto cerca di dimostrare Brian Johnson con il progetto Blue Print. Quest’ultimo consiste in una rigida routine e periodici trattamenti medici, con l’obiettivo di rallentare il processo di invecchiamento del corpo umano. Attualmente, il sistema sanitario mondiale, cura le malattie che si sviluppano per via dell’invecchiamento dei nostri organi, ma cosa accadrebbe se, invece, ci mantenessimo al nostro più alto livello di salute? Sono numerose le critiche a questo progetto, da un lato demonizzato per il suo altissimo costo, dall’altro perché richiede un rigore non sostenibile a lungo termine, con il rischio, quasi certo, di fare tutto per vivere il futuro, dimenticandosi, però, di vivere il presente. Infatti, la complessità della routine richiesta dal progetto, porta Brian a vivere una vita molto solitaria. Quindi viene spontaneo chiedersi: la vita che sta vivendo Brian si può considerare tale? Sicuramente la risposta a questa domanda dipende dalla concezione personale che si ha del termine, se viene visto solo come lasso di tempo passato sulla Terra, o come il risultato di esperienze e rapporti interpersonali. Brian Johnson è convinto che la mente sia la fonte di tutti i nostri problemi, psicologici e fisici, e che, quindi, la soluzione sia farsi governare dal proprio corpo. Afferma di fare tutto per trovare la pace, ma questa ha a che fare con il corpo o con l’anima? Brian mette in secondo piano la mente ma lo fa per trovare qualcosa che viene percepito da quest’ultima, non dai nostri polmoni o reni. Ingerisce ogni giorno centinaia di pillole per nutrire il proprio corpo ma, in realtà, sta cercando nutrimento per l’anima. Il protagonista di questo documentario vuole essere il fautore di una scoperta scientifica epocale e sostiene di aiutare concretamente l’umanità, più di Gesù. Qui Brian pecca di tracotanza, errore per il quale nell’antica Grecia sarebbe stato punito gravemente. Per sua fortuna non si chiama Prometeo e, quindi, il suo fegato è al sicuro. “Don’t Die: L’uomo che vuole vivere per sempre” si concentra sull’aspetto scientifico della questione, mostrando Blue Print unicamente come espressione del progresso scientifico. Sicuramente l’idea originaria del progetto aveva a che fare solo con l’evoluzione scientifica, ma i dubbi sorgono rispetto al fatto che un essere umano scelga di sottoporsi ad un protocollo completamente nuovo, con tutti i relativi effetti collaterali, che lo costringerà a dedicare la sua intera vita a Blue Print, perdendo, di conseguenza, l’opportunità di coltivare la propria vita privata. È come se Brian agisse per una, apparente, fame di vita, ritrovandosi, però, a non vivere. Guardare “Don’t Die: L’uomo che vuole vivere per sempre”, può essere un’occasione per interrogarsi sul senso che il singolo dà alla vita, ma anche su quanto l’essere umano faccia fatica ad accettare la sua finitezza. Disponibile su Netflix.
Elena Leone