Il Bif&st di Michele Anselmi | 4
Sarà un caso? Magari no. Ieri sera qui a Bari è passato “Era” di Vincenzo Marra, oggi tocca a “Vita mia” di Edoardo Winspeare. Due film assai distanti per stile e ispirazione, ma uniti, mi pare, da un personaggio comune, che via via diventa il vero protagonista delle due storie: una badante. Chiunque ne abbia conosciuta una, per esigenze familiari, sa quanto sia delicato quel lavoro, spesso esposto a umiliazioni e offese, specie da parte di donne anziane e un po’ bisbetiche sicure di poter fare ancora tutto da sole. Invece non è quasi mai così.
Titolo a suo modo enigmatico, “Era”, che ha sostituito quello di lavorazione, proprio “La badante”. Il verbo al passato prende forse spunto da un verso della canzone napoletana “Era de maggio”, che echeggia sui titoli di coda, in una lunga sequenza che non dispiacerebbe, credo, a Nanni Moretti. Marra, partenopeo, classe 1972, non girava un film per le sale dal 2019, l’ultimo fu “La volta buona”. Qui il calcio non c’entra. Siamo in una Napoli vagamente eduardiana, ai giorni nostri.
L’ottantenne Lina, i lineamenti alterati dai ritocchi estetici, è una vedova borghese dal carattere asprigno e vitale, una “colonnella” che custodisce con cura la propria autonomia. Un anziano dirimpettaio le fa una corte gentile, insistente, quasi commovente; ma lei sembra impermeabile a ogni sentimento, anche perché ha il cuore malridotto e tre figli che la impegnano parecchio: uno sfaccendato che abita ancora con lei, un prete senza più vocazione, una moglie insoddisfatta tradita dal marito.
Figurarsi se mai Lina penserebbe di assumere una domestica, ma la salute peggiora, sicché i figli la costringono a prendere in casa, per prova, una donna dello Sri Lanka che vive da anni a Napoli: Amilà. Saranno scintille tra le due all’inizio, come capita spesso nella vita, ma poi accade qualcosa che modifica lo sguardo e l’atteggiamento dell’intrattabile signora borghese nei confronti della “straniera” (c’è una sorpresa da non rivelare) e viceversa.
“Era” sfodera l’andamento di un film teatrale, un po’ all’antica napoletana, a tratti naïf, fatto di bozzetti e siparietti, spesso molto urlato; e tuttavia, strada facendo, Marra costruisce allestisce ai personaggi una dimensione più intimista e bonaria, meno colorita e dialettale, lasciando affiorare un sentimento gentile sul senso della vita, sull’incontro possibile tra mondi lontani. Tra valzer di Strauss ed eccentriche vetture bicolori anni Sessanta, “Era” usa il folclore partenopeo, a volte sono utili i sottotitoli, per dirci qualcosa di meno “local”: un messaggio che invita al rispetto e alla curiosità tra le strettoie dell’esistenza (e il tempo che si consuma).
Dalia Frediani è la temperamentosa Lina, mentre il contesto corale è affidato a una schiera di bravi attori napoletani o “napoletanizzati”: da Giovanni Esposito a Maurizio Casagrande, da Angela De Matteo ad Antonio Gerardi, da Francisca Mahawasala ad Asiri Peiris, solo per citarne alcuni. Nelle sale dal 26 marzo.
Esce invece il 9 aprile “Vita mia” di Edoardo Winspeare, il cui film più recente, “La vita in comune” risale al lontano 2017. Solo che Vita, in questo caso, è anche un nome, benché il titolo abbia un doppio significato.
Nell’immaginario paesino di Salete, in realtà siamo a Depressa nel Salento, dove il regista di nobili ascendenze abita e lavora, torna a vivere l’anziana duchessa Didi, nata nella Transilvania ungherese. Lì andò in sposa, nel lontano 1964, a un barone locale: il suo arrivo fu festeggiato da tutto il paese, quasi
fosse Grace di Monaco (bionda ed elegante). Tanti anni dopo, minata dal Parkinson, con una figlia balbuziente che fa l’attrice a Parigi e un figlio inetto reduce da “L’isola dei famosi”, l’anziana Didi s’illude di essere ancora la duchessa di un tempo. Ma le resta solo il palazzo avito, simbolo di un passato ormai decaduto.
«L’idea mi è venuta osservando, negli ultimi anni, il rapporto che mia madre, malata di Parkinson, sviluppò con una signora salentina che si prese cura di lei» spiega il sessantenne Winspeare, il quale firma il copione con Mariangela Barbanente e Alessandro Valenti. Nella finzione la badante si chiama, appunto, Vita, è una donna del posto, bella e volitiva, con una figlia malmaritata e un cinico avvocato per amante. Vita finirà con lo stringere un rapporto intenso, affettuoso, con Didi, dopo un inizio burrascoso, proprio come succede in “Era” di Marra.
Il film spazio nel tempo e nello spazio, mischiando l’amicizia inattesa tra le due donne, così diverse per censo e cultura, con i ricordi dolorosi di Didi: l’infanzia in Transilvania accanto al venerato padre (aveva un vero orso, Attila, come amico), le minacce di un perverso ufficiale nazista, la caccia all’amata insegnante ebrea fatta passare per ariana, il successivo arrivo dell’Armata Rossa sovietica… La partitura è complessa, romanzesca, diciamo polifonica, in modo di saldare l’osservazione antropologica con gli eventi storici. Fino ad un epilogo che custodisce un’amara sorpresa ma anche una specie di speranza.
La 75enne Dominique Sanda, un tempo star anche del cinema italiano, fa della duchessa una donna incapace di fare i conti con la propria condizione: altera e insopportabile, ma anche fragile e sensibile. Mentre Celeste Casciaro, compagna del regista e attrice d’istinto, disegna con felice presenza fisica e vocale la proletaria Vita che entra nella vita dell’anziana signora, scoprendo un mondo inatteso. «Io sono povera da quando sono nata» protesta la badante; «Lei mi sta parlando come una comunista» replica la duchessa. Ma in fondo troveranno il modo di rispettarsi, intrecciando i rispettivi mondi.
Lungo due ore, intessuto di ricordi autobiografici forse legati al nobile casato, “Vita mia” a suo modo è un affresco storico, certo ambizioso, di risonanze europee, a tratti fuori registro (visioni, fantasmi, sottolineature fosche). Il meglio, a mio parere, viene proprio dalle scene tra le due donne: così diverse e in fondo solidali.
Michele Anselmi