L’angolo di Michele Anselmi

“Napoleon, Napoleon, Napoleon
nel caffelatte io c’intingo tre cannon
il nemico io lo mangio con la panna e col cialdon
Napoleon, Napoleon, Napoleon!”.

Così cantava Renato Rascel in un amabile motivetto degli anni Cinquanta che poi diventò un fortunato sketch televisivo. Confesso che, vedendo “Napoleon”, il kolossal di Ridley Scott con Joaquin Phoenix, ho ripensato un po’ a quella goliardica parodia che allietò la mia infanzia. La verità? Non riesco proprio a prendere sul serio il filmone che il regista ha girato per AppleTv, confidando su un budget da circa 200 milioni di dollari (pare), anche se in Italia uscirà giovedì 23 novembre con Eagle Pictures. Inglese doc, benché naturalizzato americano, il vecchio Scott e si diverte ancora a girare film di forte impianto spettacolare: penso allo sfortunato “The Last Duel” del 2021. Andò meglio, sul piano commerciale, con “House of Gucci”, dello stesso anno.
In fondo debuttò nel 1977 con “I duellanti”, storia conradiana nella quale Napoleone Bonaparte si stagliava sullo sfondo ma non troppo, sicché non sorprende che alla venerabile età di 85 anni abbia voluto cimentarsi con una classica e magniloquente cine-biografia, appunto “Napoleon”, sulla base di una sceneggiatura dell’americano David Scarpa.
“Il popolo è spinto dalla miseria alla rivoluzione e dalla rivoluzione ricondotto alla miseria” scandisce una didascalia sui titoli di testa. E infatti il film, lungo due ore e mezza, parte proprio dal 1789, dalla Rivoluzione. Qualche anno dopo, nel 1793, la deposta regina Maria Antonietta finirà sulla ghigliottina nel furore delle “tricoteuses” con la coccarda. L’ufficialetto Napoleone Bonaparte ha poco più di vent’anni, essendo nato nel 1769, e non gli piace ciò che sta vedendo, insomma i primi frutti del Terrore; ma di lì a poco diventa generale di brigata per aver riconsegnato alla Repubblica la città di Tolone, dai monarchici affidata al controllo militare inglese.
Diciamo che il film procede dritto per dritto nel ricostruire l’ascesa, il trionfo e la caduta (la doppia caduta) del generalissimo che a un certo punto volle farsi Imperatore. Il problema è che questo Napoleone di Phoenix, pur senza volerlo, sembra sempre un po’ il Commodo del “Gladiatore”, e sì che il copione prova a restituire grandezza e miserie dell’uomo: strabiliante stratega e mammone patentato, eroe indiscusso per i suoi soldati e amante sessualmente immaturo.
Il film glissa sulle numerose amanti per concentrarsi sul tormentato amore che lo legò a Giuseppina de Beauharnais, la bella aristocratica con due figli scampata alla ghigliottina e da lui sposata con gran pompa nel 1796. Trattandosi dell’attrice inglese Vanessa Kirby, il personaggio assume un profilo abbastanza ambiguo, di donna carismatica, dedita a cornificare volentieri il sovrano e insieme rattristata per non riuscire a donargli un erede. Ma anche qui, nel trattare le vicende private e di alcova, “Napoleon” fa un po’ sorridere: con lui che grugnisce e fa strani versi quando gli viene di botto l’uzzolo di possedere la coniuge, rigorosamente da dietro, mentre lei, rassegnata, sembra pensare a tutt’altro.
Poi certo, ci sono le battaglie, vinte e perse. L’Egitto all’ombra delle piramidi con tanto di sarcofago aperto e faraone incartapecorito a fronte a fronte; il trionfo di Austerlitz che lo rende leggendario; l’ambiziosa campagna di Russia con la vittoria a Borodino, l’incendio di Mosca del 1812 (Napoleone arrivò davvero nella città russa lasciata semideserta dagli abitanti) e la sconfitta glaciale ad opera del Generale Inverno; il primo esilio all’isola dell’Elba e il ritorno in Francia nell’entusiasmo dei soldati; infine il disastro di Waterloo, causa ricongiungimento degli eserciti inglese e prussiano, e il mesto approdo a Sant’Elena dove morirà nel 1821.
“Io non sono come gli altri uomini” dice di sé Napoleone, che da noi parla con la voce di Adriano Giannini; e certo fu uomo indiscutibilmente speciale, capace di forgiare il proprio destino e quello di milioni di uomini (una didascalia finale ci ricorda che ben 3 milioni di soldati perirono ai suoi ordini nel corso della sua vicenda), dedito a malinconie solitarie e meschinità caratteriali, emblema della Grandeur francese e insieme rovinato da uno smisurato orgoglio personale.
Diciamo che il meglio “Napoleon” lo dà nelle battaglie e nelle scene di massa, pure nella ricostruzione truculenta e realistica della guerra, anche se ho la sensazione che gli effetti speciali digitali, non tutti riusciti, abbiano moltiplicato all’infinito le comparse, gli sfondi, le navi, i torrioni e le fortezze. Non una sola sequenza è stata girata in Francia e un po’ si vede, anche perché tutti i palazzi hanno un’aria inconfondibilmente british.
Joaquin Phoenix molto s’impegna nel rendere come nuovo, insomma non convenzionale e stereotipato, vanitoso e torvo, senza il mignolo nell’orecchio e la mano nel panciotto causa duodeno infiammato, il suo Napoleone. Da Charles Boyer a Marlon Brando, da Rod Steiger a Ian Holm, da Pierre Mondy a Daniel Auteuil, non si contano i grandi interpreti che si sono confrontati con la figura del condottiero bassetto e grassoccio capace di spaventare zar, imperatori e sovrani, di tessere alleanze e disfarle, assecondando una Ragion di Stato che non lo salvò dal disastro. Ma ho la sensazione che Ridley Scott, alla fine, sia rimasto alla crosta dell’enigma “N”, molto cercando l’epica senza azzeccare l’ottica.

Michele Anselmi