L’angolo di Michele Anselmi

«Secondo me l’uomo ha bisogno di freni» teorizza il diciannovenne Leonardo, giovane reazionario e passatista con la faccia del primo Lou Castel, quello di Marco Bellocchio. A suo modo un enigma, o forse un alter-ego del regista, il palermitano ventottenne Giovanni Tortorici, accolto alla corte di Luca Guadagnino, che infatti produce e benedice.
Dopo l’anteprima a Venezia 2024, sezione Orizzonti, “Diciannove” esce giovedì 27 febbraio nelle sale, targato Fandango, e non so proprio dire chi andrà a vederlo. Certo è un esordio curioso, spiazzante, apprezzato dalla maggior parte dei critici. Io, confesso, mi sono parecchio annoiato, ma riconosco un certo talentaccio nella tentativo di sfuggire a parecchie categorie estetiche correnti.
Come il regista, anche Leonardo è palermitano, di famiglia benestante, naturalmente irrisolto. Gli sanguina copiosamente il sangue dal naso nella prima inquadratura, come fosse una premonizione, ma in realtà tutto sembra scorrere tranquillo nella vita del tardo adolescente: bello, magro, spilungone, dal sorriso inafferrabile. Siamo nel 2015. Lo vediamo partire per Londra, dove vive la sorella viziatella, per studiare Business, ma subito si stanca e lo ritroviamo a Siena dove frequenta la facoltà di Lettere antiche.
Nella città del Palio trova alloggio in una casa frequentata da due studentesse, ma lui proprio non se le fila: se ne sta chiuso ossessivamente nella propria stanza, piena di libri, cucinando con un fornellino verdure che producono vermi, disinteressato alle chat studentesche, sembrerebbe anche alle ragazze. All’università rifiuta un 26 considerando cretino e petulante, non a torto, il professore esperto di Dante; spende quasi tutti i soldi che gli arrivano da casa in volumi antichi; adora gli scrittori trecenteschi toscani, oltre che i più ravvicinati Daniello Bartoli e Pietro Giordani; ascolta le poesie dette da Arnoldo Foà; sostiene che Benigni dice banalità sulla “Divina Commedia” e che Pasolini non sa scrivere; tuttavia si masturba vedendo una sequenza di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e finge di farsi rimorchiare in rete per un incontro mercenario dopo aver guardato le foto con Justin Biber nudo.
Insomma, Leonardo è un piccolo mistero. Gli adulti gli stanno sulle scatole, tutti, ma detesta anche i coetanei, che trova banali e distanti. La presunzione se lo mangia, anche una certa teatralità adolescenziale nel ripetere «Mi voglio suicidare» o nel bestemmiare per strada; ma nella sua sottile arte della provocazione, senza ribellione, c’è qualcosa di interessante, anche il rifiuto della modernità novecentesca. Infatti va matto per “Orlando innamorato” di Matteo M. Bojardo rifatto da Francesco Berni.
Tortorici ha trovato nell’esordiente Manfredi Marini l’interprete ideale per il suo Leonardo: un giovanotto irritante e sentenzioso, uno che «anche quando c’è, non c’è mai veramente». Il problema, a mio parere, sta nello stile adottato per raccontare questo cine-romanzo di formazione che scavalla i diciannove anni del titolo e approda ai venti con un bizzarro epilogo torinese.
Non è tanto la recitazione da filodrammatica, forse cercata, a colpire, semmai sono le bellurie stilistiche, da cinefilia godardiana un po’ mal digerita, usate per movimentare la messa in scena: immagini bloccate e ripetute con piccoli scarti, inserti animati, zoom fulminei, sfocature, split-screen, perfino ralenti. Il tutto bombardato da una musica, ora solenne ora scherzosa, sempre sopra le righe, che procede per contrasto, insieme alle canzoni di Ghali e Tedua.
Leggo che in “Diciannove” ci sarebbe qualcosa del cinema di Mia Hansen-Løve. A occhio direi di no. Però è vero: il film evita di proporsi come un mero ritratto generazionale, aspira ad essere qualcosa di più originale. Peccato che si guardi così spesso l’orologio.

Michele Anselmi