L’angolo di Michele Anselmi
Gira da qualche mese per l’Italia, in una chiave quasi clandestina, il film georgiano “Brighton 4th” di Levan Koguashvili, distribuito da Invisible Carpet (nomen omen). Domenica 28 aprile, in forma di matinée, al romano cinema Barberini, ci sarà una proiezione del film: ore 12.30 in punto. Chi fosse interessato, è pregato di prenotarsi. Il film è curioso, anche doloroso, condotto sul filo di una stoica rassegnazione paterna che si muove tra Tblisi e New York, in un clima di miseria ed emarginazione, anche di dignità ribadita, di nostalgie brucianti.
Un padre anziano, Kakhi, ex campione di wrestling, è disposto a tutto pur di salvare il figlio Soso, trasferitosi negli Usa sei anni prima per studiare medicina e invece impantanato in una brutta storia di gioco d’azzardo, un matrimonio da combinare per ottenere la green-card e i debiti contratti, tanti dollari, con un piccolo malavitoso locale.
Spiega il regista nelle interviste: “Brighton Beach è un quartiere di Brooklyn abitato principalmente da immigrati dell’ex Unione Sovietica. È un posto dove si può facilmente sopravvivere senza parlare inglese, poiché nelle strade si parla più comunemente russo, georgiano o armeno che inglese”.
S’apprezza lo stile secco dell’oggi 51enne Koguashvili, quel suo stare in bilico tra due culture, due lingue, due modi di vivere: ne esce il ritratto tra poetico e antropologico, a tratti anche buffo e ironico, di una piccola comunità slava di provenienza ex sovietica.
Per “Brighton 4th”, che poi è un indirizzo, sono stati tirati in ballo parecchi riferimenti cinefili: “Little Odessa” di James Gray, “Il cacciatore” di Michael Cimino, un certo cinema a sfondo sociale di Ken Loach, l’umorismo straniante di Aki Kaurismäki. Non saprei dire, ma certo colpisce l’atmosfera generale, ben reso dalla fotografia di Phedon Papamichael, attenta a cogliere un certo nitore mesto, il cielo grigio invernale, il senso di una precarietà economica che infiacchisce corpi e volti, disegna ambienti miseri dati per “normali”.
Nel cast ci sono attori non professionisti e residenti del posto, ma è Levian Tediashvili, che fu realmente campione di wrestling alle Olimpiadi nel 1972 e nel 1976, a nutrire il film con la sua taciturna e pacata umanità nel ruolo del barbuto Kakhi: un eroe suo malgrado, forse solo un padre avanti negli anni che vuole rendersi utile per un’ultima volta nella speranza di tornare a Tblisi, da sua moglie.
Michele Anselmi