A vent’anni dal cult che ha segnato un’epoca, David Frankel torna dietro la macchina da presa per firmare un sequel che si configura come una riflessione lucida e necessaria sulla fine di un mondo. “Il diavolo veste Prada 2” ritrova il cast originale ma lo colloca in un universo profondamente mutato, in cui la rivista cartacea deve confrontarsi con il monitoraggio costante delle visualizzazioni e con le logiche dei social media. Il film racconta, con tono leggero ma nostalgico, la crisi del giornalismo tradizionale e l’ascesa delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale.

Andy Sachs (Anne Hathaway) è ormai una stimata giornalista indipendente, ma scopre che nemmeno un premio prestigioso la mette al riparo dal cinismo dei tagli aziendali comunicati via SMS. Il suo ritorno a “Runway” viene vissuto come un tentativo di salvare la rivista e, al tempo stesso, di ridefinire il proprio ruolo professionale.

Miranda Priestly, interpretata da una Meryl Streep ancora una volta convincente, viene rappresentata in una versione più umana e fragile, disposta a scendere a compromessi pur di tutelare il proprio impero editoriale.

Accanto a loro troviamo Nigel (Stanley Tucci), colonna portante di “Runway” e complice del ritorno di Andy alla rivista, ed Emily (Emily Blunt), ora in una posizione di rilievo presso Dior, che continua a incarnare la ricerca spasmodica di riconoscimento e affermazione personale.

L’aspetto più riuscito dell’operazione è la capacità di Frankel di non cedere completamente alla nostalgia: se da un lato lo spettatore ritrova elementi riconoscibili che rimandano al primo film, dall’altro vengono introdotti temi più attuali, come la promozione di un linguaggio inclusivo e la revisione dei ruoli tradizionalmente associati alle figure femminili, come dimostra l’introduzione di Charlie (Caleb Hearon), il secondo assistente di Miranda.

Dal punto di vista estetico, il film conserva alcuni degli elementi che hanno reso il primo capitolo iconico: costumi impeccabili, ambienti raffinati e l’apparizione di personaggi illustri del mondo della moda. Tuttavia, rispetto al primo film, il ritmo appare più riflessivo e meno brillante, privilegiando il tema della disillusione professionale rispetto alla leggerezza della commedia. Questo rende il sequel meno immediato ma forse più maturo, capace di parlare non solo agli spettatori affezionati, ma anche a una generazione che vive il lavoro come una continua ricerca di stabilità e riconoscimento.

In conclusione, “Il diavolo veste Prada 2” risulta complessivamente convincente, è un sequel che sorprende per la sua capacità di andare oltre la semplice “operazione nostalgia”. Pur senza replicare del tutto la brillantezza del film originale, mantenendo una coerenza narrativa, la pellicola riesce a offrire uno sguardo consapevole e critico rispetto al mondo dell’editoria e del lavoro in generale.

Clara Chiusuri