È in libreria per i tipi di Profondo rosso, “John Waters e il suo cinema. Quando il trash è glamour”, saggio su un maestro del cinema antagonista che non assomiglia a nessun altro. Ne abbiamo parlato con l’autore, Eugenio Grenna.

Il trash come “arma politica”: in un’epoca di estremo “politicamente corretto”, come riesce il cinema di Waters a restare sovversivo senza essere semplicemente offensivo? Qual è il confine tra la provocazione fine a se stessa e il suo gesto politico?
Eugenio Grenna: Guardando all’oggi e dunque a una realtà incessantemente attraversata e filtrata da una pavida, oltreché lunatica, riscrittura di qualsivoglia codice etico e morale contenuto dalle immagini e non solo, ci rendiamo conto immediatamente che il politicamente scorretto non potrà definirsi tale mai più, salvo rarissime eccezioni, ormai indebolite dall’ultra sensibilizzazione che divora tutto e tutti, regolamentando, ancor prima che possano realmente manifestarsi, eccessi apparenti, potenziali provocazioni e ancora ambiziosi tentativi di tornare indietro, al tempo sfrenato, esilarante e onnipervasivo degli Scary Movie, tanto per restare sul cinema horror/comedy/provocatorio, ricordando una delle moltissime tracce di quel politicamente scorretto che è stato e che evidentemente non è più. Per la stessa ragione, l’immaginario di Waters non potrebbe essere nient’altro che un oggetto bizzarro, respingente e offensivo, considerato lo sguardo del tempo che ci ritroviamo a vivere. Se è vero, poi, che Waters racconta il suo cinema come una creatura ibrida, sospesa tra burla e atto politico, dunque rivoluzionario, è altrettanto vero che nulla, nemmeno il moralismo d’oggi, potrà mai arrestarne il cammino, perché, lo sappiamo bene, burla e politica vanno a braccetto da tempo e vivono di trasformazioni continue. Chissà cosa ne sarà di entrambe.

Waters ha “anticipato il presente molto prima che il presente fosse pronto a manifestarsi”. In quali aspetti della nostra cultura contemporanea (estetica, sociale o cinematografica) ritrovi oggi i semi piantati dai suoi primi film clandestini a Baltimora?
E.G.: Il rapporto tra lascito di un immaginario cinematografico, oggi perfino seriale, e “pratica” della vita è innegabile. Il cinema influenza la società fin dagli esordi, figurarsi parlando di moda e ancora di emozioni, desideri, sessualità e ricerca identitaria, tutti temi cari a Waters. Lo fa talvolta anticipando il presente, altrimenti inchiodandolo con forza o addirittura recuperandolo, così da non dimenticarlo più. Necessario ricordare che il cinema di Waters, specialmente quello degli esordi, accoglieva la queerness ancor prima che fosse pronta a manifestarsi, presentandola come un moto di liberazione rabbioso, inarrestabile e, per certi versi, perfino orgasmico. Lo abbiamo visto divenire tale nel corso di questi ultimi anni, nelle piazze, sui social e ancora al cinema. Il seme che questo autore così radicale ha piantato, dal quale oggi nascono continuamente frutti, è quello dell’inclusione. Discutendo di libertà, oggi è prassi appellarsi a essa. Lo dobbiamo a moltissimi individui. Tra questi c’è anche John Waters, il quale, curiosamente, fa cinema nello stesso periodo in cui Updike pubblica Coppie, allora scandaloso, ribelle e provocatorio e oggi attuale più che mai. Leggere per credere. Ancor meglio se accompagnato da uno o più titoli del Re di Baltimora.

Spesso oggi il cinema queer cerca l’accettazione e l’integrazione; perché secondo te Waters sceglie invece di restare “estranio a qualsiasi compromesso”? C’è il rischio che, diventando “glamour”, questa carica destabilizzante venga in qualche modo addomesticata?
E.G.: Waters, come moltissimi altri autori radicali del periodo, scende eccome a compromessi. Lo fa nel momento in cui gli studios cominciano ad accorgersi del suo sguardo, corteggiandolo a più riprese affinché lavori di cesello sui propri eccessi, inevitabilmente respingenti ed estranei alla richiesta in sala del pubblico generalista, incuriosito perlopiù dalla sessualità addomesticata e dalla violenza allusiva, ormai orfana della ferocia propria degli esordi, dunque viva, morbosa e inarrestabile. Il medesimo discorso vale per la sua ricca produzione letteraria, inizialmente provocatoria e poi sempre più in linea con le logiche del mercato. Waters non perde mai sé stesso; al contrario, si ritrova di continuo osservando i cambiamenti della società, delle mode, della violenza e ancora dei suoi amati freaks. Oggi ci sono diversi autori di cinema queer che sembrano fare lo stesso, basti pensare a Luke Gilford, Andrew Haigh e Jane Schoenbrun. Non sono molti, è vero; d’altronde, l’integrazione è cosa assai più rapida, oltreché frequente.

Il libro dedica uno spazio centrale a Divine, definita “diva mostruosa” e “simbolo di libertà assoluta”. Oltre all’impatto visivo dirompente, qual è secondo te l’eredità più profonda che Divine ha lasciato agli attori e alle icone queer di oggi?
E.G.: Senza alcun dubbio, l’audacia nello spostare oltre i limiti del possibile e, va da sé, perfino del filmabile: chi conosce un po’ il cinema di Waters sa bene di cosa parlo. Di eredi, nemmeno l’ombra e, per il momento, non resta che aspettare. Anche perché Divine non scinde mai davvero la star dal personaggio, vivendo sospesa tra set infernali, passerelle glamour e provincialismo spesso squallido ed effettivamente violento. Audacia a parte, la traccia più significativa che Divine imprime nel cinema queer riguarda la capacità di affondare i denti nella carne viva del reale, accogliendo senza freno alcuno tutto quel marcio che gli uomini, consapevolmente o meno, si ritrovano a celare o, peggio, camuffare. Da lì la catarsi e ancora la ferocia, elementi imprescindibili di un registro interpretativo e stilistico fuori da ogni tempo possibile. Se non in quello di John Waters e, appunto, Divine.

Il percorso di Waters va dai film underground ai successi più accessibili. Nel tuo saggio, come analizzi questo passaggio? Waters è cambiato per farsi capire dal grande pubblico o è stato il pubblico a spostare i propri limiti per riuscire finalmente a guardare dentro il suo specchio deformante?
E.G.: Il saggio attraversa l’intera filmografia di Waters, interrogandosi incessantemente su tutto ciò che sopravvive nel corso della sua evoluzione, di quella che ad oggi potremmo definire l’anima sporca, grezza, oscura eppure incredibilmente vitale e morbosamente pulsante degli esordi, quelli realmente maledetti e scomodi. C’è chi crede che Waters l’abbia scordata, quell’anima, mettendola da parte di titolo in titolo, un po’ per questioni stilistiche e un po’ per questioni morali. E chi, come me, preferisce pensare che Waters non abbia mai smesso di prendersi gioco del pubblico, degli studios e del cinema nella sua totalità, disseminando il “suo nuovo” immaginario di mine inattese pronte a detonare. Occorre amarlo per riuscire a rintracciarle, poiché camuffate da una gentilezza beffarda che non vuole altro se non instaurare nuovi sguardi e dialoghi, laddove in precedenza c’era solo il grido di terrore e disgusto.