Siamo negli anni ‘70, durante un’epoca caotica, caratterizzata da numerosi eventi storici. Ci troviamo a Roma, città che fa da sfondo, ma anche da personaggio nel film “Il falsario”, diretto da Stefano Lodovichi, sulla figura realmente esistita di Antonio “Toni” Chichiarelli. Interpretato da un convincente Pietro Castellitto, è un uomo sicuro di sé anche se a tratti un po’ immaturo, convinto del suo talento di artista, ma quasi del tutto estraneo al mondo misterioso e criminale con il quale si trova a confrontarsi.
Lodovichi, nel film uscito su Netflix nel 2026, ricostruisce la storia di Toni a partire da un nebbioso Lago della Duchessa, da qui il protagonista, insieme a Fabione (Pierluigi Gigante) e Vittorio (Andrea Arcangeli), si sposta verso la capitale. I tre hanno un rapporto fraterno e insieme compongono un trio di personalità molto diverse tra loro: Fabione viene descritto come il fratello maggiore, devoto alla politica, fortemente convinto dei suoi ideali, Vittorio è quello “di mezzo”, sembra essere il più responsabile e mansueto, e infine c’è Toni, il fratello minore, irresponsabile e sognatore.
Una volta giunto a Roma, Toni incontra Donata (Giulia Michelini), gallerista che si è fatta strada nella capitale. Fin da subito l’artista si innamora dell’affascinante donna, forse intravede in lei la chiave d’accesso al mondo che lo porterà a diventare il più prestigioso di tutti i falsari.
Tra i personaggi non si può non citare Balbo (Edoardo Pesce), un criminale che fa inserire Toni nella mala locale e il Sarto (Claudio Santamaria), che destreggia con maestria i fili che muovono la città. Ultima non per importanza, Roma, città che ammalia e inganna, culla di artisti e criminali, dove arte, storia, potere e segreti si intrecciano.
“Il falsario” è una pellicola affascinante che, grazie al sapiente uso dei costumi (selezionati da Mary Montalto) e le musiche (composte da Santi Pulvirenti), è capace di far immergere nella Roma degli anni ‘70 tra eventi storici come il rapimento Moro, le azioni criminali della Banda della Magliana e gli interventi silenziosi ma determinanti dei servizi segreti.
La narrazione intrattiene e procede in modo scorrevole, ma porta lo spettatore a porsi dei quesiti scomodi: che cosa siamo disposti a sacrificare pur di ottenere un riconoscimento? Se ogni cosa può essere replicata in modo impeccabile, quale valore resta all’originale?
Clara Chiusuri