L’angolo di Michele Anselmi
Fa una certa impressione, s’intende positiva, vedere il nome di Robert Redford associato a questa serie televisiva in tre stagioni che danno su Netflix da qualche tempo. Il grande attore e regista, scomparso nello scorso settembre, coprodusse “Dark Winds”, ritagliandosi una particina-cameo, leggo, nella terza stagione. Certo bisogna amare il mondo, orgoglioso e derelitto insieme, delle riserve indiane, in questo caso la Nazione Navajo tra l’Arizona e lo Utah, a Kayenta, non lontano dalla Monument Valley laddove John Ford girava i suoi western con John Wayne. Siamo nel 1971, e da quelle parti desertiche e arse coloro che noi abbiamo sempre chiamato indiani navajo, magari dopo aver letto i giornaletti di Tex Willer, preferiscono definirsi Diné, che significa “Il Popolo” o anche “Figli della Terra”.
La serie, creata da Graham Roland nel 2022, è tratta dal ciclo di romanzi “Leaphorn & Chee” di Tony Hillerman, a indicare i cognomi dei due protagonisti: l’uno è il cinquantenne comandante della polizia tribale mai ripresosi dalla morte del suo unico figlio, forse ucciso in nell’esplosione di un pozzo petrolifero; l’altro è un giovane agente della Fbi, sempre navajo, che torna in missione sotto copertura ma poi farà pace con le proprie radici; infine c’è l’agente Bernadette Manuelito, bellissima, tosta e fiera, che vive in una roulotte e ama i cavalli. A incarnarli sono, rispettivamente, Zahn McClarnon (l’abbiamo visto in tanto film western), Kiowa Gordon e Jessica Matten.
Il bello della serie è che è girata metà in inglese e metà in lingua navajo, con continui riferimenti alla desolata vita di quei nativi americani soggetti, per decenni, a ingiustizie, umiliazioni, stenti, vergognose campagne di sterilizzazione eccetera. Non vi sto a raccontare le vicende poliziesche che animano le trame, in generale le parti d’azione, intendo le sparatorie, gli inseguimenti e le rese dei conti, sono meno interessanti del versante umano, dove si mischiano i retaggi del passato, le pratiche magiche e sciamaniche, la dura esistenza del presente, il senso di comunità e le plateali avidità dei bianchi.
L’ambientazione primi anni Settanta (in un cinema danno “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn con Dustin Hoffman) offre anche un distacco interessante sul piano sociologico: niente cellulari, pick-up vecchio stile, il Vietnam come maledizione per i giovani della riserva costretti a partire…
È in arrivo una quarta stagione, prevista per il prossimo febbraio. Naturalmente bisogna amare i film western, sia pure riveduti e corretti e trasportati in un’epoca più vicina alla nostra, altrimenti temo che “Dark Winds” non risulterà gradita. In tutto sono 20 episodi.
Michele Anselmi