“Il tempo che ci rimane’’ (disponibile in streaming su RaiPlay) è il racconto autobiografico dell’epopea della famiglia del regista Elia Suleiman. La narrazione si snoda in quattro intervalli, segnalati da dissolvenze in nero, 1948, 1970, 1980 e oggi, che coincidono con quattro momenti della storia palestinese e altrettante fasi della vita del regista.
1948. Sullo sfondo della guerra arabo-israeliana, che porterà alla nascita dello stato di Israele, il nonno di Elia – sindaco di Nazareth – è costretto a firmare la resa. Qualche anno più tardi Fouad, partigiano palestinese (padre di Elia), combatte come può, costruendo armi fai da te, contro i militari israeliani che occupano la città; mentre il resto della famiglia è costretta a espatriare in Giordania.
1970. Sul sottofondo radiofonico che annuncia la morte del presidente egiziano Nasser, cresce il piccolo Elia, bambino prima e adolescente poi, taciturno e osservatore, ma che sembra prendere le orme del padre, tanto da essere rimproverato dal preside: “Chi ti ha detto che l’America è colonialista?”. I genitori di Elia invecchiano e lui, accusato di aver strappato una bandiera israeliana, sarà costretto a lasciare il paese, intanto in strada i manifestanti, al grido di “Anima! Sangue! Palestina!”, vengono inseguiti dai militari.
1980. Tra inquadrature ricercate e momenti satirico-grotteschi, il lungometraggio procede mostrando l’inarrestabile – quasi ossessiva – ciclicità del tempo: la madre di Elia che manda diverse lunghe lettere ai familiari in Giordania, un vicino di casa tenta ripetutamente di darsi fuoco con il kerosene e Fouad, che va a pesca con un amico, viene sospettato di contrabbandare armi dal Libano via mare.
Oggi. And the radio plays: “incessante politica di annessione di Israele”. Arriviamo ai giorni nostri dove, sotto il governo Netanyahu (mai menzionato all’interno della pellicola), Israele divora giornalmente territorio alla Cisgiordania. La quotidianità dei palestinesi è così descritta: di fronte ad una casa c’è un enorme carro armato; un ragazzo esce per buttare la spazzatura; il cannone lo segue in ogni suo minimo spostamento; il ragazzo, come se nulla fosse, continua a parlare al cellulare.
Una pellicola surreale, onirica e satirica. Non un documentario, non un’autobiografia, ma più che altro un carosello di ricordi quotidiani, di circostanze (compresi i racconti contenuti nei diari del padre) e situazioni rimaste nella memoria del regista, che ha saputo brillantemente fondere la sua storia personale con quella del suo popolo.
Un lungometraggio sullo scorrere del tempo, che restituisce il senso di dissociazione, smarrimento e derealizzazione che i palestinesi (quelli probabilmente più ‘’fortunati’’, vivi e non in campi profughi) hanno dovuto – e purtroppo stanno ancora – affrontando.

Giuseppe Annecchino