L’angolo di Michele Anselmi
Spinto dalla locandina col titolo “Twilight”, ovvero “crepuscolo”, stasera ho visto su Paramount+ il film scritto e diretto da Robert Benton nel lontano 1998. Non saprei dire se ne parlai su “l’Unità”, probabilmente sì, ma è come se fosse una novità per me, grazie alla versione originale sottotitolata e alla memoria che spesso fa cilecca. Del resto la storia è davvero crepuscolare, a tratti quasi funerea. Un noir così oggi non lo farebbe nessuno a Hollywood: per i dialoghi pensosi e l’andamento lento, l’uso di attori già allora avanti con gli anni, un senso di sconfitta e resa dei conti, da fine di un’epoca.
Benton è regista di film importanti come “L’occhio privato”, “Kramer contro Kramer”, “Le stagioni del cuore”: francamente pensavo che fosse morto, invece questo brillante texano ha 91 anni, anche se non firma una regia dal 2007, quando girò lo sfortunato “Feast of Love”. Non che “Twilight” fosse andato meglio: incassò meno di 6 milioni di dollari sul mercato nordamericano, praticamente niente. Eppure sfoderava un cast mica male: Paul Newman, Gene Hackman, Susan Sarandon, James Garner, Stockard Channing, M. Emmet Walsh, gli ancora poco noti Reese Whiterspoon e Liev Schreiber…
Newman, allora 73enne, si impegnò a incarnare un meditabondo e arrugginito detective di nome Harry Ross, finito a vivere come tuttofare nella villona hollywoodiana di due ex attori di successo, interpretati appunto da Hackman e Sarandon, ossia Jack e Catherine Ames.
Ex alcolizzato ed ex poliziotto, il baffuto/canuto Harry risulta maldestro e ormai fuori gioco, ampiamente sul viale del tramonto. Ma Jack Ames, malato di cancro, gli chiede un’ultima cortesia: consegnare una busta con 10 mila dollari a una donna dal cinematografico nome Gloria Lamar. Sembrerebbe una passeggiata, lui non va nemmeno armato di pistola all’appuntamento: invece sarà l’inizio di un’ingarbugliata vicenda che lo porterà a un passo dalla morte.
Scandito dalle musiche di Elmer Bernstein e attraversato da una mestizia senile impressa sui volti dei protagonisti, “Twilight” è insieme imperfetto e suggestivo, con divagazioni buffe e voce narrante, anche audace nel mostrare alcune nudità femminili. La storia squisitamente hard-boiled (ricatto e bancarotta, una “femme fatale” giustamente ambigua, una morte sospetta risalente a vent’anni prima…) in fondo è un pretesto per mettere in scena una desolata umanità che gravita attorno al mondo del cinema e cerca di mantenersi a galla a colpi di cinismo.
“Non c’è niente che ti faccia concentrare come l’idea della morte” scandisce Jack Ames citando il drammaturgo Samuel Johnson mentre gioca a carte con Harry, il quale da sempre è innamorato di Catherine. La morte getta la sua oscura ombra su quasi tutti i personaggi, e certo Newman sembra più vecchio di quanto fosse davvero nel restituire la stoica rassegnazione del suo investigatore privato con licenza scaduta.
Se vi piace il genere e siete abbonati a Paramount+ consiglio la visione. Come se fosse un viaggio in un cinema d’altri tempi.
Michele Anselmi