L’angolo di Michele Anselmi
Alla sua quinta regia cinematografica, non contando le due miniserie per Netflix, il 65enne Francesco Bruni s’appoggia al fortunato romanzo “Il profilo dell’altra” di Irene Graziosi (2022, edizioni e/o) per raccontare qualcosa che gli sta a cuore: un’amicizia femminile dai contorni ambigui piantata nel mondo forsennato della rete, dei social, degli influencer, anzi dei creator, come pare bisogna dire oggi. Il film, prodotto da Carlo Degli Esposti e già ben venduto all’estero, è passato ieri sera alla Festa di Roma; per vederlo nelle sale, con Vision Distribution, bisognerà invece aspettare i primi mesi del 2027.
C’è una frase, che echeggia in una scena, da tenere a mente: «Le persone danneggiate sono come gli animali feriti. Possono essere cattive». Fa il paio, a pensarci meglio, con quanto scrisse Natalia Aspesi del romanzo: «Finalmente una donna non solo antipatica, ma anche cattivissima, oggi, quando troppo spesso le femmine letterarie trionfano per genio ma raramente per sregolatezza».
Siamo a Milano. La persona danneggiata, sul piano emotivo, è la trentenne Antonia Sacchi: bella, ruvida, incazzosa, insomma molto “sgrunt”, fa la barista per sopravvivere dopo aver pubblicato un romanzo con Einaudi che ha venduto poco o niente. Antonia, avrete capito, non si trucca, fuma molto, non tiene proprio ai vestiti, indossa uno zucchetto di lana, ogni tanto va a letto con un “rider” se le va, piace parecchio agli uomini ma non ricambia la cortesia. Fino a che non viene notata dallo staff di una famosa e ventenne creator, tale Cecilia Cambiaghi, che furoreggia tra le adolescenti tendenti al rosa. La nonna-manager della fanciulla intende rinnovarne un po’ l’immagine, sicché la scelta cade sulla trentenne all’opposto. Poco o niente sembra legare le due, ma il segreto sta proprio lì.
Cecilia è all’apice del successo, tra pubblicità, eventi e sponsor, ma quanto può durare? Antonia, sincera fino alla brutalità, detesta quel contesto fasullo e social, dove tutto è apparenza, costruzione, marchetta; però la pagano bene e sente che nella giovinetta c’è qualcosa di buono, un tormento misto a frustrazione, un disagio che via via emergerà, sfociando in una specie di amicizia inattesa. Anche se, dopo un viaggio a Parigi e una specie di rave in campagna, tutto prenderà una piega diversa…
«Perché sei sempre così triste?» chiede la facoltosa nonna alla scrittrice. «Non credo di doverle rispondere» replica lei: insomma avete capito il tipo. E del resto Pilar Fogliati, nei panni ruvidi di Antonia, fa di tutto, in base alle indicazioni di Bruni, per rendere scontrosa la colta precettrice: lei introduce Cecilia, sedicente poetessa, ai versi di Giovanni Raboni, Patrizia Cavalli, Anna Andreevna Achmatova e Nelo Risi; lei raccoglie le sue imbarazzate confidenze sul versante sessuale; lei cerca di consolarla quando la ragazza confesserà «Io sono vuota», ormai consapevole, forse, del meccanismo mediatico nel quale è insieme vittima e carnefice.
So bene che non era facile, sul piano registico, restare in bilico tra ritratto femminile e commedia sociale, tra romanzo di formazione e apologo morale. Bruni, che è un bravo regista, per sottrarsi allo stretto realismo, introduce anche degli elementi fantastici nella tessitura drammaturgica (quelle “lucine” notturne), a suggerire il tribolato mondo interiore di Antonia, le ferite che l’hanno resa così inafferrabile.
E tuttavia io credo che sia proprio Pilar Fogliati l’anello debole del film: la sua è una recitazione monocorde, nel senso che la caratterizzazione grintosa, oltre un certo livello di esibita “stronzaggine”, insomma di superiorità culturale, diventa artificiosa, allontana un po’ lo spettatore, rende il personaggio respingente. Francamente mi pare più duttile, come attrice, Ginevra Francesconi: certo aiutata dal personaggio cangiante di Cecilia, ma anche più vibrante, meno programmaticamente drammatica, in fondo più espressiva.
Ma potrei benissimo sbagliarmi, immagino che Bruni abbia rigorosamente messo a punto con Fogliati, la quale per la prima volta appare in due scene a seno scoperto, la sua Antonia, anche per rendere più evidente il contrasto fisico e culturale tra le due donne. Raffaella Lebboroni appare imbiancata nel ruolo della nonna, mentre il regista presta la sua voce all’editore che informa Antonia della sorprendente ripresa delle vendite.
Non parlerò invece più di musica, per non sembrare un disco rotto. Bruni ne spalma tanta, di ogni genere, sul suo film: da Satie a Chopin, da Donizetti a Debussy, per non dire di “Tous les garçons et les filles” e di “Alone Again (Naturally)”, anche dove il silenzio dovrebbe essere, a mio sommesso parere, lasciato alle parole. Ma tant’è. Ognuno la pensa come vuole in materia. So benissimo di essere perdente.
Michele Anselmi