L’angolo di Michele Anselmi
Leggo sul “Corriere della Sera” questo passo di un commento di Paolo Mereghetti sulla prossima Mostra di Venezia. “Il fatto che solo due film non vengano dal blocco Europa-Usa e solo uno sia un esordio fa pensare alla voglia di rischiare il meno possibile e in qualche modo di volersi “proteggere” dietro nomi inattaccabili, la cui assenza avrebbe rischiato di essere letta come segno di debolezza di un direttore che sa di avere molti occhi puntati addosso dai nuovi padroni della cultura italiana. C’è di che capirlo…”. Traduzione brutale ma veritiera: Alberto Barbera, direttore della kermesse veneziana ancora per un anno, ha voluto tenersi buoni il ministro Gennaro Sangiuliano e chi deciderà sul suo futuro alla Mostra orchestrando un programma molto eurocentrico, occidentale, abbastanza pop, in grado di piacere a tutti.
Credo che non sia così. Già una volta Barbera fu fatto fuori un po’ maldestramente, allo scadere della prima presidenza Baratta: successe con l’appena insediatosi ministro forzista Giuliano Urbani, il quale pensò bene di liquidare il direttore uscente e di chiamare Moritz de Hadeln, non si capisce perché, solo per dare un segnale di incongrua “novità”.
Io non so se l’anno prossimo, nel 2024, “i nuovi padroni della cultura italiana” riconfermeranno Barbera per un altro quadriennio. A occhio direi di no, tanti fremono per quel posto, non solo a destra; ma forse al governo Meloni basterà avere un presidente della Biennale politicamente più affine, visto che Roberto Cicutto “scade” a fine anno. So però che Barbera, al quale non ho risparmiato rilievi e sfottò (quando capirà che non può presentare, uno per uno tutti e 82 i film della Mostra e che sei titoli italiani in gara sono troppi?), non è uomo da cercare così il consenso, diciamo politico. Ieri ha difeso con parole chiare Marta Donzelli, presidente del Centro sperimentale di cinematografia forse “rimossa” anzitempo, dalle aggressive iniziative parlamentari della Lega; ha aggiunto di “non temere nulla sul fronte delle polemiche”, perché sicuro che parleranno i film al posto delle sue parole.
Spero, s’intende, che i film veneziani siano belli come promette Barbera, anzi “straordinari” e “sconvolgenti” per usare le sue note iperboli; se così non fosse, certo a mio discutibile parere, proverò a scriverlo. Ma davvero non si può criticarlo perché ci sono poche registe (il 30 per cento non è poi così poco) o perché, dopo aver visto circa 4.000 film, ha scelto quelli che ritiene più idonei alla sua idea personale di Mostra, aldilà della ripartizione geografica, perché in grado di mettere d’accordo, sul piano artistico, cinefili accaniti e pubblico normale.
Vero, ci sono stati anni sciagurati in cui il ministro berlusconiano Sandro Bondi promise di “mettere becco e bocca” sulla formazione delle giurie veneziane, perché non gli piaceva il verdetto deciso dal presidente Quentin Tarantino (sembra impossibile, ma accadde). Ecco, mi auguro che il sanfedista Sangiuliano, uno al quale molto piace fare le nomine, come al suo predecessore Dario Franceschini del resto, mai scenda mai a bassezze del genere. E tuttavia, bisogna sempre prepararsi al peggio con questi signori della destra al governo.
P.S. Naturalmente Barbera non ha bisogno di essere difeso da me che non sono nessuno. Ma questi concetti volevo mettere a fuoco.
Michele Anselmi