Già dal suo esordio con “Monsters” Gareth Edwards aveva rivelato una profonda fascinazione per mostri, alieni e natura. Dopo il successo di “Godzilla”, che ha dato il via all’inarrestabile “Monsterverse”, e la regia di “Rogue One: A Star Wars Story”, un film stand-alone inserito in una saga storica come quella di “Guerre Stellari”, il regista britannico approda in un altro franchise leggendario, che ha ormai superato i trent’anni: “Jurassic Park”.

Con “Jurassic World – La rinascita”, Edwards mette con fermezza piede in un territorio scivoloso, per non dire fangoso. Il successo commerciale di “Jurassic World: Dominion”, seppur buono, era apparso più incerto rispetto ai numeri da capogiro del passato e il ritorno del trio Neill-Dern-Goldblum sembrava aver chiuso il cerchio della saga. Hollywood, però, insieme a case di produzione di giocattoli e videogiochi, non si sazia mai… Edwards coglie l’occasione con coraggio, affiancato da un team solido in cui spicca David Koepp, sceneggiatore dei primi due capitoli spielberghiani, “Jurassic Park” (1993) e “Il mondo perduto” (1997). Non è chiaro se sia stata un’intuizione di Edwards o una scelta unanime, poco conta, ma il ritorno alle origini è evidente: “Rebirth” abbraccia un’avventura immersa nell’horror e nella fantascienza, esplorando non tanto l’orrore dei mostri, quanto quello dell’uomo che li ha creati e ibridati. Il risultato è cinematograficamente apprezzabile.

Il film evita sotto-trame inutilmente complesse, umorismo caricaturale o pretese intellettualistiche, puntando invece a riportare il pubblico, dopo un’introduzione un po’ prolissa, tra creature mostruose e inedite, eccezion fatta per l’amato T-Rex. I richiami ai capitoli precedenti sono presenti, ma dosati con misura, mai invadenti. “Jurassic World: Rebirth” si configura più come uno spinoff che come un sequel, spingendo sull’acceleratore dell’azione, dell’orrore e degli effetti visivi. Edwards, che nasce come artista VFX, dimostra il suo talento in sequenze dal respiro ampio e vibrante, che richiamano la maestosità del film originale.

Rispetto alla trilogia di Jurassic World, “Rebirth” offre più azione, più intrattenimento e meno gigionismo. Il film mantiene una linearità e un piglio classico, d’altri tempi, e nonostante la presenza di una star internazionale come Scarlett Johansson, la donna interpreta un ruolo nei fatti soldatesco, quindi si rende umilmente serva del ruolo affidatole e si limita ad essere funzionale quanto basta (proprio come succedeva al talentuoso Aaron Taylor-Johnson di “Godzilla”. La missione sull’isola è semplice e si sviluppa in modo rocambolesco ma diretto, lasciando a Edwards lo spazio per cesellare la pellicola a sua immagine e somiglianza.

Come nel suo ottimo “Godzilla”, i dinosauri spesso si intravedono appena, nascosti in fiumi, mari e oscurità e fumi fiammeggianti. Il film è un tripudio visivo, girato in pellicola 35 mm e, come dichiarato dal regista, il film si apre e si chiude con un dinosauro-abominio della scienza, che ricorda “Alien” per la sua testa oblunga e gli arti anteriori simili a braccia umane. Proprio come nel capolavoro di Ridley Scott, la salvezza sta nel rifugiarsi in anfratti e condutture sperando per il meglio. Non può certo mancare il T-Rex, protagonista di una sequenza fluviale ispirata a una scena mai realizzata che era nel primo romanzo di Michael Crichton. Qui, però, il re dei dinosauri si presenta in una veste insolita, quasi beffarda. Da oggetto di terrore nel primo film, è diventato negli anni la mascotte numero 1 dei fan, ma in “Rebirth” sembra quasi prendersi gioco del pubblico assuefatto alle saghe. Dorme, rotola, beve, si ciba di una preda, mostrando scarso interesse per la famiglia sul gommone e tanto meno per lo spettacolo che dovrebbe dare a suon di ruggiti, zampate e morsi. È come se dicesse: “Dopo sette film, sono ancora qui, la vera star e quella più antica. Lasciatemi fare qualche capriccio”. “Jurassic World – La Rinascita”, in sala dal 2 luglio, non riesce indubbiamente a raggiungere le vette del capostipite, ma si distingue per coraggio di rinnovarsi e onestà intellettuale, soprattutto per la visione di un ottimo regista che sa manipolare la materia blockbuster e i mostri senza spiegoni o spiattellamenti indigesti.

Furio Spinosi